Verso il Giappone, Il missionario e il ladrone
Quasi un diario di viaggio sulla giunca
Malacca, dicembre 1547. Aveva appena benedetto le nozze nella chiesa della Madonna, quando l’amico Giorgio Alvarez presenta al Saverio un giovane uomo con gli occhi a mandorla. L’aveva preso su nel suo viaggio nella “isola del Giappone”, l’ultima terra che alcuni mercanti portoghesi avevano “scoperto” da poco, al largo della Cina.
Hanjiro, un samurai ricercato per omicidio, una notte gli aveva chiesto protezione e rifugio nella sua nave ancorata davanti al porto di Kagoshima. Alvarez gli aveva parlato del “maestro Francesco” e in Hanjiro era nato il desiderio di incontrarlo, conoscerlo e diventare cristiano.
Il giovane giapponese resta affascinato da Francesco: “ricevevo molto conforto al solo guardare il suo volto!”.
L’incontro con Hanjiro mette in moto la fantasia missionaria del Saverio. Sente dentro una gran voglia di portare il vangelo in una terra dove nessuno aveva ancora mai sentito parlare di Gesù e della vera fede. “Se io andassi, i giapponesi diventerebbero cristiani?”, chiede Francesco. “Ti farebbero tante domande, per vedere cosa sai e come rispondi. Ti osserverebbero, per vedere se la tua vita è coerente con quello che insegni. Se sono soddisfatti, allora la gente diventerà cristiana, perché i giapponesi seguono la ragione”. Questa la risposta di Hanjiro.
Francesco porta Hanjiro con sé, in India. Il giorno di Pentecoste 1548, riceve il battesimo dal vescovo di Goa, con il nome di Paolo di Santa Fé, insieme a suo fratello Giovanni e al servo Antonio. È il primo giapponese cristiano della storia. Un incontro provvidenziale!
Sulla nave dei pirati
Per lettera, nel febbraio 1549, Saverio informa i “compagni” di Roma della sua decisione di mettersi in viaggio per il Giappone, e inizia i preparativi. Porta con sé le lettere credenziali del vicerè e del vescovo di Goa per un “re del Giappone”.
Arriva a Malacca il 31 maggio. Non era facile trovare un’imbarcazione disposta a puntare sul Giappone senza perdere tempo nei vari porti per affari commerciali. Trova la giunca di un pirata cinese, noto come “il ladrone”. C’era da fidarsi? Francesco affronta il rischio e parte il 24 giugno 1549, affidandosi a san Giovanni Battista. Sulla giunca del “ladrone”, con 200 persone di equipaggio, salgono i tre gesuiti, Francesco, Cosma de Torres e Giovanni Fernandez, e tre giapponesi cristiani, Hanjiro, Giovanni e Antonio; sale anche Manuel, un cristiano cinese per fare da interprete.
Da Malacca al Giappone, costeggiando il Vietnam e la Cina, 3.000 miglia da percorrere, passando anche per l’isola di Sanchan, dove tre anni dopo il Saverio incontrerà la morte, il 3 dicembre 1552. Arrivano a Kagoshima il 15 agosto 1549, dopo 53 giorni di viaggio.
Era una nave “pagana”. Niente simboli cristiani. A poppa, c’è solo l’idolo a cui “il ladrone” affidava la sorte di tutti. Francesco è imbarazzato: gli idoli gli stanno proprio sullo stomaco; ma è costretto a conviverci. Una testardaggine simile solo a quella dell’apostolo delle genti, Paolo di Tarso. Saverio stesso descrive i dettagli dell’avventura con toni tra il sarcastico e il divertito, nella lettera del 5 novembre di quell’anno da Kagoshima.
I responsi dei demoni
“Due cose ci facevano soffrire di più durante il viaggio: vedere che non approfittavamo del buon tempo e vento che Dio ci dava, e le continue idolatrie e sacrifici all’idolo sulla nave, senza poterli impedire. Capitano e pagani tiravano molte volte a sorte e chiedevano all’idolo se potevano o no andare in Giappone e se durava il vento favorevole... Certe volte le sorti uscivano bene, a volte male, stando a quello che loro ci riferivano e credevano.
Sulla via della Cina, una volta, venne fuori la sorte che avremmo avuto buon tempo e che non aspettassimo oltre. Così sciogliemmo la vela, tutti con molta allegria: i pagani confidando nell’idolo, con candele accese e profumi pregiati; noi confidando in Dio, creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo, suo Figlio, per il cui amore e servizio eravamo in viaggio, per accrescere la sua santa fede.
A un certo punto, i pagani cominciarono a fare domande all’idolo: la nave sarebbe tornata a Malacca dal Giappone? Uscì il responso: sarebbe andata in Giappone; non sarebbe tornata a Malacca. Allora entrò in loro la sfiducia e non volevano più andare in Giappone.
Vedete lo sforzo che dovevamo sopportare in questo viaggio, dovendo sottostare al parere del demonio e dei suoi servi. Vedete da che dipendevano le nostre vite? Nei responsi dei demoni e nel potere dei suoi servi e ministri!”.
Confidare in Dio, sempre
Ormai il Saverio non distingue più. Passa direttamente dall’idolo al demonio e ai suoi servi. Sa che gli atti idolatri compiuti sulla nave sono offese a Dio, ma non può impedirli, senza mettere a rischio il viaggio missionario. Al Saverio non resta che una cosa: la preghiera. “Molte volte io chiesi a Dio di concederci la grazia di non permettere tanti errori nelle creature che lui formò a sua immagine e somiglianza. Oppure, se li permetteva, che aumentasse al diavolo, origine di queste stregonerie, pene e tormenti maggiori di quelli che aveva, ogni volta che incitava il capitano a tirare le sorti e a farsi adorare come Dio”.
Alla fine, Saverio dà a noi un consiglio, quando ci troviamo in momenti simili: “Il miglior rimedio è mostrare un coraggio molto grande di fronte al nemico, diffidando di sé e confidando moltissimo in Dio, riponendo in lui tutta la nostra forza e speranza, non dubitando di riuscirne vincitori. Il demonio, infatti, non può fare più male di quanto Dio conceda”.
Il disegno della Provvidenza
Il capitano “ladrone” trovava sempre nuovi pretesti per dilazionare il viaggio. A Sanchan, il Saverio è dovuto ricorrere alle intimidazioni e denunce; vicino al porto di Changchow, invece, bastò lo spavento delle navi pirata a far proseguire la navigazione, mentre il vento a poppa li spingeva verso il Giappone, con grande soddisfazione del Saverio che scrive: “Né il demonio né i suoi ministri poterono impedire la nostra venuta in Giappone. Dio ci guidò in queste terre, dove tanto desideravamo giungere, il giorno di Nostra Signora d’agosto dell’anno 1549. Arrivammo a Kagoshima, la patria di Paolo di Santa Fé, dove tutti ci ricevettero con molto amore, sia i suoi parenti che gli altri”.
Così Hanjiro, il samurai omicida convertito alla fede, è tornato a casa portando in Giappone il missionario di Cristo, sulla giunca del superstizioso “ladrone” cinese. Disegno della Provvidenza divina!
La miglior gente del mondo
Da Kagoshima, nella lettera del 5 novembre 1549, così scrive il Saverio al primo impatto con il popolo giapponese.
“Vi faccio sapere ciò che abbiamo compreso del Giappone, per l’esperienza che ne abbiamo fatto. Anzitutto la gente è la migliore che finora sia stata scoperta; mi sembra che fra la gente pagana non se ne troverà un’altra che sia superiore ai giapponesi. È gente di ottima conversazione, generalmente buona e non maliziosa, straordinariamente onesta e che stima l’onore più di ogni altra cosa.
È gente povera e non reputano la povertà una vergogna. Hanno una cosa che nessun paese cristiano mi sembra possedere ed è questa: rendono onore al nobile impoverito, quanto ne farebbero se fosse ricco..., perché stimano l’onore più delle ricchezze. È gente di grande cortesia gli uni con gli altri; apprezzano molto le armi e hanno grande fiducia in esse; già dall’età di 14 anni portano spada e pugnale.
È gente che non sopporta alcuna ingiuria né parole di disprezzo. Ha molto rispetto per i nobili e tutti si sentono onorati di servire il signore del paese e gli sono sottomessi, non per paura del castigo, ma per non perdere il proprio onore.
È gente sobria nel mangiare e un po’ abbondante nel bere il sakè, vino di riso. Gli uomini non si danno al gioco, perché sembra loro un grande disonore desiderare ciò che non è loro e diventare ladri. Giurano poco, e quando lo fanno giurano per il sole.
Gran parte delle persone sa leggere e scrivere, e questo è un grande mezzo per imparare facilmente le preghiere e le cose di Dio. Non hanno più di una moglie. I ladri sono pochi, perché la giustizia è severa. Detestano molto il vizio del furto. Ho visto tanti luoghi, cristiani e non cristiani, ma non ho mai visto gente così leale riguardo al rubare.
È gente di grande buona volontà, molto socievole e desiderosa di apprendere. Sono molto contenti di sentire cose di Dio, soprattutto quando le capiscono. Si rallegrano nel sentire cose conformi alla ragione. Fra loro ci sono vizi e peccati, ma quando si danno le ragioni, capiscono che è buono ciò che la ragione difende...”.







