Uttom e il Rikshò riscattato
Si chiama Uttom e vuol dire “Il Migliore”. Quel giorno si presenta al cancello un giovane con volto serio, triste. Con lui c’è il papà, che mi racconta la sua storia: “Mi hanno tagliato due dita del piede destro per fermare la cancrena, ma non riuscivo a dormire per il forte dolore. Il medico ha dovuto tagliare fino al ginocchio: adesso i dolori sono diminuiti e posso dormire, finalmente”.
Il figlio aggiunge che per pagare l’operazione ha dovuto chiedere un prestito a un ricco musulmano, vicino di casa, il quale come caparra gli ha sequestrato il rikshò. “Domani è l’ultimo giorno e se non restituisco il denaro, perdo il rikshò, l’unica risorsa che ho per tirare avanti la famiglia”, racconta il figlio con le lacrime agli occhi.
“Vieni domattina e cercherò di rimediare”, dissi loro per rassicurarli. All’indomani, consegno al giovane una busta con la somma necessaria a saldare il conto dicendogli: “Prendi e non tardare. Va’ subito dal tuo ‘amico’ musulmano, restituisci la cifra, riprenditi il rikshò e controlla che sia tutto a posto. Poi un giorno vieni, che voglio vederlo anch’io il tuo rikshò”.
Otto giorni dopo eccolo, il giovane, con un leggero sorriso sul volto, in sella al suo rikshò. È un “rikshò merci”, usato in Bangladesh per trasportare cose e persone. Lo prendo spesso anch’io per andare da un posto all’altro in città. È veramente felice: “Eccolo - mi dice - lo guido al pomeriggio, mentre al mattino curo il giardino della Fattoria di iuta, il lavoro che papà non può più fare: mi hanno assunto al suo posto”. E mi consegna una piccola busta. Dentro ci sono 1.000 Taka (10 euro). “Ogni mese le porterò una parte del mio guadagno; lo usi per aiutare qualcuno nel bisogno”. Lo abbraccio con immensa gioia e commozione, dandogli una pacca sulla spalla. Quel giovane si chiama Uttom - “Il Migliore” - di nome e di fatto.







