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I disegni di mia figlia hanno i colori dei giorni migliori. Quelli pieni di sole, di volti sorridenti e di corse sfrenate. A poco più di tre anni d’età, il coronavirus deve solo andare a far la nanna a casa sua per farci tornare a scuola, al parco, in piscina…
In questi giorni tocca a me prendermi cura di lei, troppo rischioso impegnare i nonni per un servizio da babysitter, a malincuore sospeso. Ecco, anche il tempo pare sospeso. Tutti sembriamo sospesi. La città si muove a un ritmo ferragostano, ma il canto delle cicale è sostituito da quello insistente delle sirene delle ambulanze che, a intervalli quasi regolari, squarciano un’atmosfera da calma apparente.
Il confino dorato è nel mio appartamento al settimo piano, nella prima periferia della città. Intorno, scuole silenti, chiuse… Sigillato anche il centro sportivo poco lontano. Fari spenti, spogliatoi vuoti, il fragore di bambini e ragazzi silenziato. Lo sport, quasi sempre diversivo per i pensieri della vita di tutti i giorni, ha il lucchetto. Così come la cultura; tutto congelato in attesa di una normalità che appare ancora lontana e ci costringe al virtuale. Anche la musica non ha più note, nonostante le tecnologie di questo tempo ci permettano la fruizione in mille modi.
In casa si sta bene, è vero. Ma noi non siamo fatti per essere rinchiusi. Ora, i rapporti umani sono mascherati e la paura dell’altro è totale. Perché non fa paura solo il “diverso”, chi viene da lontano, ma anche il vicino di casa, l’amico, il parente. Tutti siamo possibili portatori di un malevolo contagio. Tutti abbiamo sospetto e siamo sospettati.
È straziante sapere che chi non ce l’ha fatta, non ha potuto ricevere la carezza di chi rimane, il saluto cristiano, l’abbraccio fraterno. Il virus ci ha allontanato ancora di più dalla morte. Ha separato l’umanità, ancor prima dell’economia. Ma come saremo domani? Più uniti e solidali, come dimostrano le campagne di solidarietà di queste settimane, più sospettosi, più colti perché abbiamo letto libri a non finire? Forse più ferventi perché abbiamo riscoperto o approfondito la preghiera? O avremo imparato solo a come usare il disinfettante per l’igiene?
I disegni di mia figlia aspettano la mamma. Lei lavora in ospedale e non può stare a casa. Ci manca perché ogni mattina esce con la preoccupazione nel cuore, per noi, prima che per sé. Ma negli occhi le leggo la fiducia in tutti quei colleghi medici, infermieri e operatori sanitari che da oltre un mese hanno fatto delle corsie la loro casa, dei pazienti i loro familiari, del lavoro una necessaria ragione di vita. E quando a sera apre la porta e si torna in famiglia, un altro giorno è passato.



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