Una serata per Gaza
Martedì 26 maggio, il Centro Pastorale San Giuseppe di Salerno ha cominciato a riempirsi. Alla fine, in sala c’erano oltre 250 persone; altre 77 seguivano online. Numeri che dicono qualcosa, ma non tutto. Perché quello che ha reso straordinaria questa serata non è stato il numero dei presenti, ma la qualità del silenzio che li attraversava: denso, carico di ascolto, quasi un clima religioso.
A fare da filo conduttore della serata, è stato don Ugo De Rosa, della Comunità Santa Margherita, un uomo che conosce il valore dell'incontro tra culture diverse, considerati nove anni di missione in Turchia, a contatto con un Islam vivo, quotidiano, umano. La sua moderazione non è stata distaccata, ma quella di chi sa ascoltare perché ha imparato, altrove, che l’altro ha sempre qualcosa da insegnare. Un’accoglienza che ha creato lo spazio perché le voci più difficili potessero essere davvero ricevute.
Il momento più potente è stato il collegamento in diretta con p. Gabriel Romanelli, parroco della comunità cattolica di Gaza. Una voce che arrivava da dentro la devastazione - non un’analisi geopolitica, ma una testimonianza: la vita quotidiana di una comunità che non ha lasciato la propria terra, che continua a celebrare, a pregare, a seppellire i propri morti e a battezzare i propri bambini in mezzo alle macerie. Padre Romanelli ha restituito alla sala il volto concreto di una tragedia che i media rischiano di ridurre a numeri e schieramenti: cristiani e musulmani insieme, stretti tra una guerra che non hanno scelto e un futuro che nessuno sembra voler costruire con loro, né per loro.
La serata ha offerto rigore scientifico e conoscenza diretta del territorio. Il dottor Ata Mohamed Kaisy, docente di Salute Pubblica originario di Khan Younis, ha portato quella che si potrebbe chiamare la competenza del testimone: non solo i dati di una crisi sanitaria senza precedenti, ma la memoria viva di un popolo e di una storia che precede di molto l'attuale conflitto. Il suo intervento ha messo in guardia contro le letture semplificate che riducono tutto allo scontro tra Israele e Hamas, oscurando la voce della popolazione civile. Chi decide il futuro di Gaza? Con quale legittimità? Domande poste con sobria fermezza - e accolte dalla sala in quello stesso silenzio raccolto che era diventato il tono della serata.
Molto spazio è stato dedicato alla ricostruzione - non solo di case, scuole e ospedali, i cui danni richiederanno anni, forse decenni. Ma soprattutto la ricostruzione di una società ferita: relazioni sociali spezzate, percorsi educativi interrotti, speranze delle giovani generazioni sistematicamente soffocate. Una ricostruzione che sarà impossibile senza una soluzione politica capace di garantire sicurezza, libertà, diritti e dignità per tutti.
Ho avuto la possibilità di intervenire anch’io, sottolineando la convivialità delle differenze: la pace non come cancellazione del conflitto, ma come capacità di stare insieme nella differenza, di costruire comunione senza pretendere uniformità. E accanto a questo, il perdono - non come resa né come oblio, ma come atto di libertà. Un perdono che non cancella la giustizia, ma la precede, che non ignora la ferita ma sceglie di non essere definito da essa. In un contesto come quello di Gaza, suona quasi impossibile e per questo, forse, è l’unica cosa davvero rivoluzionaria.
La serata ha dimostrato che quando anche solo pochi si mettono insieme con convinzione, le cose succedono. A settembre si riparte.







