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Quando ero studente al Ginnasio dei Saveriani di Cremona, il 2 novembre era festa anche per la scuola. Il Rettore ci lasciava andare nel cimitero della città ed io amavo soffermarmi per una preghiera su quelle tombe un po’ antiche, magari con volti ancora giovani dei primissimi decenni del ‘900. Ricordo ancora una lapide che ritraeva una giovane mamma morta nel dare alla luce il figlio e mi chiedevo se qualcuno della sua famiglia andasse ancora su quella tomba.

C’era una velata tristezza in quel pellegrinaggio unita ad una sorta di pace. Tante vite, tante storie, tante gioie e tante sofferenze sembravano disperse nell’aria del tempo che è passato. Avevo l’impressione che di quel prodigarsi nel lavoro, nel darsi da fare, nel preoccuparsi per i figli, la moglie, il marito, i genitori, gli zii, gli amici adesso rimanesse solo quel piccolo segno della tomba. Un monumento a volte piccolo, consumato dagli agenti atmosferici, con magari un angelo triste che piange le sue lacrime annerite dal tempo. Noi cristiani, però, guardando quelle tombe che ci infondono anche tenerezza, dobbiamo sentire e capire il senso profondo di questo mistero ovvero la consolante certezza che tutti quei nomi sono scritti nel cuore di Dio per sempre. E quei volti adesso sono alla presenza di Dio.

Come non pensare allora alle tombe di missionari seppelliti nei villaggi della foresta il cui ricordo forse dopo tanti anni si è perso. Il racconto della loro vita si dissolve con la morte di chi li ha conosciuti. Tuttavia, quelle tombe sono un segno misterioso di una presenza inspiegabile. Inspiegabile perché i missionari erano lontani dalla famiglia, dal proprio Paese e, a differenza degli altri stranieri, non avevano portato via nulla, anzi avevano portato tante cose con la solidarietà delle loro comunità, ma soprattutto avevano portato sé stessi.

Quelle tombe sono ancora oggi un segno del mistero di Dio, del suo amore, del suo prodigarsi per l’umanità attraverso questi uomini e donne che hanno speso la loro vita per la missione di Cristo. Le tre missionarie di Maria-saveriane uccise in Burundi, Olga, Lucia e Bernardetta, avevano passato tanti anni in Congo RD. Ora che erano nella vecchiaia, le avevano destinate ad un posto più tranquillo dal punto di vista degli strapazzi pastorali, ma erano un punto di ristoro per tutte quelle mamme e non solo, che avevano il cuore pieno di affanni. Io le ho conosciute che erano delle intrepide e giovani religiose sulla quarantina. Si dedicavano alla formazione delle ragazze, all’assistenza sanitaria e alla pastorale.

Insieme a p. Virginio Simoncelli, allora studenti in attesa dell’ordinazione (quest’anno sono 45 anni che siamo presbiteri), avevamo avuto la possibilità di fare un’esperienza missionaria in Congo per un anno. Eravamo andati a Kiliba dove c’era lo zio di Virginio, p. Giulio Simoncelli. In quel periodo, e soprattutto dopo quando siamo stati destinati al Congo, abbiamo incontrato molti missionari e missionarie che adesso non ci sono più. Volti belli, pieni di entusiasmo e di fiducia, nonostante si venisse da un periodo difficile con la guerra dei Simba che molti avevano vissuto e di cui conservavano ancora degli strascichi.

Con simpatia, riconoscenza ed affetto ricordo p. Giulio, morto quest’anno nella sua Africa. Lui aveva accolto Virginio e me in modo straordinario assiemo a p. Renzo Bon e p. Battista Barbeno. C’era poi il vescovo Danilo Catarzi, p. Giuseppe Crippa che con il suo lavoro di meccanico permetteva a noi tutti di usare i fuori strada nelle sterminate parrocchie congolesi. P. Crippa era anche una straordinaria figura di pastore, amatissimo dalla sua gente. Ne ho avuto testimonianza. E poi ancora p. Edmondo Alvisi che aveva iniziato l’attività di documentazione video, p. Evasio Grigis, p. Giuseppe Viotti mio maestro del Noviziato, e ancora p. Pacifico Felli, mio rettore a Cremona, p. Luigi Simoncelli, mio padre spirituale ad Alzano Lombardo e p. Giovanni Tumino, fratel Scintu, fratel Saderi…

La lista continuerebbe e sono solo quelli con cui ho vissuto in Congo. Sono tutti confratelli che ho conosciuto e stimato e con qualcuno anche avuto una lunga amicizia che mi ha aiutato nel cammino della mia vita. Li ho tutti presenti. Li ricordo e più che pregare per loro, mi affido alle loro preghiere. Davvero sono tutte persone che hanno ricevuto dal Signore quel saluto che suona dolcissimo: “Vieni servo buono e fedele…”.  Meglio direi: “Vieni amico buono e fedele che hai diffuso il mio amore nel mondo”.



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