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Tema del "Paginone" di questo numero: L'Oceania sulla barca di Pietro

Le gigantesche distanze geografiche, le differenziazioni culturali degli abitanti delle isole, le innumerevoli lingue e, non ultime, le congiunture politico-coloniali, caratterizzano l'evangelizzazione delle etnie del Pacifico.

Fino alla metà del XVII secolo non si può parlare di un'evangelizzazione sistematica della popolazione. I cappellani di bordo che accompagnavano le navi spagnole durante i viaggi di scoperta, portavano solamente la croce, battezzavano questo e quell'isolano, ma non furono in grado di organizzare vere e proprie missioni stabili, essendo costretti a proseguire nella navigazione assieme all'equipaggio. I Gesuiti spagnoli, negli anni '70 del XVII secolo, riuscirono, con notevoli difficoltà e al prezzo di molte vite umane, ad evangelizzare un gran numero di isolani a Guam e in dieci altre isole dell'arcipelago; ma la resistenza della popolazione, che temeva l'occupazione spagnola, impedì la prosecuzione dell'opera missionaria. Simile esito negativo ebbero tentativi di evangelizzazione nelle isole Caroline, e sull'isola di Thaiti, anche da parte dei Francescani nel secolo XVIII.

celebrazione chiesa oceania Con il risveglio dell'attività missionaria nel XIX secolo, anche le missioni in Oceania ebbero nuovo impulso. Nel 1825 Leone XII affidò tutta la Polinesia, quale Prefettura apostolica, nelle mani dei padri della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Ma nel 1837 la religione cattolica venne proibita. Solo dopo l'intervento della Francia, le missioni riuscirono ad ottenere la libertà e l'equiparazione dei diritti. Nel 1864 fu proclamata la piena libertà religiosa. Da quel momento la missione fece progressi sempre maggiori e l'influsso della Chiesa cattolica presso l'opinione pubblica crebbe. Nel 1882 vi erano 25.000 cattolici.
Numerosi furono i missionari uccisi, mentre altri morirono colpiti dalle febbri. Nel 1852 giunsero i primi missionari italiani. Dopo anni di persecuzioni e disagi, finalmente le missioni furono costituite regolarmente; nel 1968 i vescovi dell'Oceania si riunirono nella Conferenza episcopale del Pacifico.
L'evangelizzazione dell'Australia risale ai tempi in cui l'Inghilterra fece della costa orientale del continente una colonia penale: nel 1788 vi trasportò un contingente di 788 criminali.

Nel 1834 il numero dei cattolici tra i prigionieri superava le 20.000 unità. In quello stesso anno Gregorio XVI rese l'Australia e la sua vicina isola Van Diemen (Tansania) Vicariato Apostolico; otto anni dopo vi fu istituita la gerarchia ecclesiale con l'arcidiocesi di Sidney quale sede metropolitana. Successivamente l'organizzazione della Chiesa progredì con estrema rapidità. Molto difficile fu il lavoro fra le popolazioni aborigene dell'Australia, i cosiddetti negritos. Oltre alle dure condizioni climatiche dell'entroterra, la vita nomade degli abitanti, costretti dall'avvento dei bianchi ad arretrare in zone sempre più desolate, furono di grave impedimento per l'evangelizzazione. I primi a svolgere opera missionaria fra gli aborigeni furono i protestanti.

Sul fronte cattolico, i Passionisti intrapresero nel 1843 un tentativo di missione sull'isola di Stradbroke, nel territorio di Brisbane; ma tre anni più tardi sospesero la loro attività. Maggior successo ottennero i Benedettini spagnoli nella zona sud occidentale. I Gesuiti vi fecero missione a partire dal 1882, ma dopo un ventennio di insuccessi la interruppero. Le cose andarono in modo analogo anche ai Trappisti nell'Australia occidentale. Maggiori successi ottennero invece i Pallottini tedeschi, i Salesiani e i Missionari del Sacro Cuore di Gesù.

Anche in Nuova Zelanda la gerarchia ecclesiastica fu creata con sollecitudine. Nel 1848 Pio IX istituì le due diocesi di Auckland e di Port Nickolson, che dal 1851 porta il nome di Wellington. L'evangelizzazione degli aborigeni locali, i Maori, iniziata con successo da Pompallier, subì sensibili contraccolpi a causa della crescente occupazione dell'isola da parte dei bianchi. Solo molto più tardi le missioni furono costituite regolarmente.

Oggi il cattolicesimo si è fatto così adulto che manda i suoi fedeli in aiuto a Chiese sorelle.

L'Australia, per esempio, ha fatto da base per le missioni Mariste del Pacifico. Nella Papua Nuova Guinea e nelle isole del Pacifico, centinaia di missionari australiani portarono la fede, nonché un aiuto consistente ai popoli di quella regione nel campo educativo, ospedaliero e dello sviluppo economico.

Attualmente ci sono 350 missionari australiani in Papua Nuova Guinea, 30 nelle isole Fiji, 25 a Kiribati, 15 nelle isole Salomone e 50 nelle altre diocesi del Pacifico.



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