Un “Macinino” come superiore
Il 24 maggio, a Parma, è morto a 75 anni, malato da qualche tempo, p. Francesco Marini. Era nato a Venagrande (AP) il 19.9.1940. Entrato dai saveriani nel 1956, proveniente dal seminario di Ascoli Piceno, è stato ordinato sacerdote a Parma il 17 ottobre 1965. Dopo aver conseguito all’Alphonsianum di Roma il dottorato in Teologia morale, ha insegnato agli studenti saveriani di teologia a Parma.
Nel 1976 parte per l’Indonesia, dove è stato vice parroco e superiore regionale dall’81 all’83.
Nel 1983 è eletto consigliere generale e nel 1989 superiore generale, mandato riconfermato nel 1996. Nel 2003 ritorna in Indonesia, dove svolge la sua attività nella pastorale e nella formazione.
Alla notizia della sua morte, in tanti hanno scritto per ricordarlo. Abbiamo raccolto solo alcune di queste testimonianze.
Tutti noi, più o meno coetanei, ricordiamo le sue lettere circolari, quando era nostro "padre generale". Erano generalmente brevi, perché ci diceva: quello che puoi dire con dieci parole, cerca di dirlo con sette. Terminava sempre con "Fraternamente vostro”, e si firmava con quel suo indimenticabile "Macinino". Nomignolo d'arte, non del tutto fuori luogo, perché a volte con le sue sette parole ci macinava davvero! Bonariamente.
p. Marcello Storgato, sx
Come un padre con i suoi figli
Ringrazio con gioia il Signore di averlo posto sulla mia strada nel periodo della formazione a Desio e a Parma. Quando è stato eletto generale gli ho chiesto come si sentiva, mi ha detto: “Giuà, la cosa che mi fa star male è che non riesco a dormire la notte”. Lo ricordo a Londra nel 1995 quando abbiamo ricevuto la notizia della morte di p. Maule, p. Marchiol e di Katina Gubert. Ci ha radunato in cappella e piangendo ci ha comunicato la notizia. Ho visto in lui la bontà del padre che si commuove per i suoi figli, portandoli sempre nel cuore.
p. Giovanni Gargano, sx
Ricordo che p. Marini ci serviva la pastasciutta quando facevamo il consiglio nazionale alla direzione generale. Un esempio di umiltà e disponibilità. Il suo interesse per il laicato saveriano era reale: la sua direzione generale è quella ha aperto tale esperienza per la prima volta. Lui stesso voleva formare un laicato saveriano, dove era missionario.
Laici saveriani.
Quegli sfoghi in consiglio!
Dopo gli anni a Parma, ho ritrovato p. Francesco quando sono stato nominato consigliere nel suo secondo mandato come Superiore generale. Mi rimane viva l’impressione in lui di una grande umanità, oltre che di una grande chiarezza di idee sulla missione. Mostrava una certa sofferenza vedendo che non sempre le cose, da lui ritenute come logiche e normali, trovavano applicazione. Ricordo certi sfoghi in consiglio… Stanchezze, lentezze e durezze le sintetizzava in una frase: “Il primo problema della missione è… il missionario!”.
La sua visione della missione si può trovare negli editoriali di Commix (in quegli anni il bollettino interno della congregazione), intitolati: “Cordialmente vostro”. Lì c’è il suo ideale e i suoi dubbi sulla missione. In quel “Cordialmente vostro” con cui si firmava c’è il suo cuore verso i confratelli che amava profondamente.
Amava una chiesa libera e soffriva interiormente di fronte alle sue lentezze e ai suoi compromessi. Per questo credo sia morto rasserenato di fronte alle aperture che lo Spirito sta introducendo attraverso il suo omonimo papa Francesco.
p. Rino Benzoni, sx.
La verità con un animo da bambino
Nel 2009 ho avuto la grazia enorme di diventare membro della sua stessa comunità, quando dalla parrocchia del Bintaro, p. Marini è stato trasferito alla casa dello studentato filosofico di Jakarta. Così abbiamo convissuto fino alla sua partenza per l'Italia, nel luglio 2015.
Prima di tutto mi sento di sottolineare la sua grande umiltà. Era una persona molto ricca dal punto di vista intellettuale. Leggeva e studiava continuamente, per cui era aggiornato sulle questioni di chiesa, di teologia, di politica e di attualità. Amava profondamente la verità e voleva capire le cose. Eppure aveva un'anima da bambino. Negli incontri comunitari era spesso in silenzioso ascolto; interveniva con poche parole, sempre molto sapienti e utili per tutti. Non si mostrava mai arrogante e neppure dava l'impressione di voler insegnare. Chiedeva spesso un parere, non voleva fare le cose da solo.
La sua umiltà metteva gli altri a proprio agio. Era molto affabile, gentile, sempre sorridente. Incontrava le persone e queste rimanevano coinvolte dalla conversazione con lui. Tutti si sentivano accolti. Gli studenti della comunità di formazione di Jakarta, stavano bene con lui. Era un fratello tra fratelli e lo mostrava in tanti atteggiamenti quotidiani.
P. Francesco era un uomo evangelico. Viveva molto radicalmente la povertà, donando tutto ciò che riteneva non necessario. La sua stanza era essenziale e ordinata. Non accumulava cose superflue. Il carrierismo, la ricchezza, la chiusura, l'affidarsi alle strutture e non allo Spirito, erano cose che non riusciva a mandar giù. Voleva vedere una chiesa nuova, più povera e più vicina ai poveri.
p. Matteo Rebecchi, sx







