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Avendo fatto la scelta degli ultimi, papa Francesco è entrato nei cosiddetti bassifondi della storia e ha voluto aprire la prima porta santa del Giubileo della misericordia non a Roma, ma a Bangui, in una periferia sperduta. Non poteva (e non può) restare indifferente di fronte a certi drammi. Le enormi ricchezze dell’Africa attirano “le aquile e gli avvoltoi” e i conflitti sono strumentalizzati, attribuiti spesso a motivi etnici o religiosi.

Con il viaggio in Africa, Francesco ha attirato l’attenzione di tutti verso queste realtà dimenticate.

Ha scelto il piccolo, il debole, il povero…

“Scegliendo la Repubblica Centrafricana come una delle destinazioni della sua prima visita nel continente, il papa ha scelto il piccolo, il debole, il povero che grida e che il Signore ascolta”[i]. La presidente Samba-Panza ha visto in questa sua visita “la conferma del suo essere il Papa dei poveri, dei sofferenti e di tutti coloro che sono in difficoltà”[ii]. Egli ha voluto recarsi, ad ogni costo, in quella terra martoriata e povera, poiché la misericordia di Dio è proprio per terre come quella! Là dove esistono ferite, conflitti e violenze, devono scaturire la grazia, la riconciliazione, il perdono, la misericordia.

Quella terra sofferente era un simbolo di ciò che accade in tanti altri paesi che stanno passando attraverso la croce della guerra. Dice il papa: “Questa visita era in realtà la prima nella mia intenzione, perché il Centrafrica sta cercando di uscire da un periodo molto difficile, di conflitti violenti e tanta sofferenza nella popolazione. Ho voluto aprire a Bangui la prima porta santa del giubileo come segno di fede e speranza per quel popolo e simbolicamente per tutte le popolazioni africane le più bisognose di riscatto e di conforto”.

Spalancare le porte sul mondo…

Francesco ha spinto le ante della porta della cattedrale di Bangui verso l’interno, perché la chiesa deve spalancare le sue porte. Cinquant’anni fa i padri del concilio spalancarono un’altra porta verso il mondo: una chiesa “in uscita”, tutt’altro che “arroccata”, che accoglie, crea incontro e si fa prossima. È come se quel giorno a Bangui si fossero aperte non solo le due ante pesanti della cattedrale, ma “le sbarre di una prigione di odio, violenza, vendetta e paura, da cui sembrava impossibile uscire”[iii].

Il giubileo ci chiede di eliminare ogni forma di oppressione, chiusura e ostilità. Oggi, invece si tende a chiudere le porte e le frontiere, erigendo muri e reti di filo spinato. Questo giubileo “sa parlare anche laicamente alla politica, all’economia, ai potenti e agli umili, ai credenti di tutte le fedi e ai non-credenti, ai vicini e ai lontani”[iv].

Occorre passare all’altra riva

Passare all’altra riva significa “superare gli ostacoli, andare avanti, cambiare pagina grazie al perdono, alla riconciliazione e alla misericordia, che sono il segreto della nostra forza, della nostra speranza, della nostra gioia che hanno la loro sorgente in Dio”[v]. È proprio “in mezzo a sconvolgimenti inauditi che Gesù vuole mostrare la potenza dell’amore che non arretra davanti a nulla, né davanti ai cieli sconvolti, né davanti alla terra in fiamme, né davanti al mare infuriato. Dio è più potente e più forte di tutto”.

Quando Francesco è arrivato all’aeroporto di Bangui ha ricevuto un calore e una gioia indicibili. L’entusiasmo popolare lo ha accompagnato sempre e tanti (soprattutto giovani, anche a stomaco vuoto) lo seguivano in continuazione, a piedi, cantando e ballando, con motorini stracarichi. Il suo essere lì, proprio in quei quartieri desolati dove, fino al giorno prima, non c’era quasi nessuno, ha dato speranza, ha fatto esplodere la gioia. Non solo, ma la sua presenza è stata sentita come una vittoria, “della fede sulla paura, sull’incredulità, e una vittoria della compassione e della solidarietà della Chiesa universale”[vi]. Persino i musulmani lo hanno applaudito e ci si è resi conto che la pace è possibile.

Tutta una vita per la vita degli altri

Francesco ha parlato dei missionari. “Uomini e donne che hanno lasciato la patria, tutto … Da giovani se ne sono andati là, conducendo una vita di tanto lavoro, alle volte dormendo sulla terra. A un certo momento ho trovato a Bangui una suora, era italiana. Si vedeva che era anziana … ‘E cosa fa lei, suora?’ - ‘Io sono infermiera e poi ho studiato un po’ qui e sono diventata ostetrica e ho fatto nascere più di tremila bambini’. Così mi ha detto. Tutta una vita per la vita, quella degli altri.

E come questa suora, ce ne sono tante: tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù. È bello vedere questo. La missionarietà non è fare proselitismo… mi diceva questa suora che le donne musulmane vanno da loro perché sanno che le suore sono brave infermiere e non fanno la catechesi per convertirle! Rendono testimonianza; poi a chi vuole fanno la catechesi. Questa è la grande missionarietà eroica della chiesa, annunciare Gesù con la propria vita!”.

I D. NZAPALAINGA, Disarmo dei cuori, in Oss. Rom., 25 novembre 2015. 

II A. SPADARO, “Dio è più forte”, Il viaggio di papa Francesco in Africa, in La Civiltà Cattolica 3973 (9 gennaio 2016) 79. 

III Ibid, 83.

IV T. DELL’OLIO, Le due porte, in Rocca 01 (1 gennaio 2016) 16.

V A. SPADARO, art. cit., 84.

VI Ibid, 79.

 


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