Tutti mi chiamano Nicqui
Quando arrivai in Amazzonia e volevano sapere il mio nome dicevo che ero p. Nicola Masi. Troppo lungo per i miei parrocchiani. Là quasi nessuno è chiamato per nome. Si trova sempre un diminutivo, un vezzeggiativo. Così fu anche per me. Cominciarono a chiamarmi p. Nicolaus, ma presto cambiarono in p. Nicqui. Molti accorciarono ancora: per loro ero soltanto Nicqui. E devo dire che mi piaceva.
La gente di là è fatta così. Me ne resi conto un giorno quando mi chiamarono a benedire una casa. Si trattava di una famiglia composta da padre, madre e sei figli, tutti maschi. Nessuno di loro era conosciuto per il suo nome. Così, il p. Elias Machado Pereira era conosciuto come “l’uomo dell’urlo”, la mamma Maria da Piedade Gomez Pereira era conosciuta come “la curandeira”. Lo stesso avveniva per i figli, nessuno era conosciuto con il nome depositato all’anagrafe: Helio Sandro era Neco; Helio Soucré Biito; Helio Bato Balena; Helio Santos Pingo; Helio Joanzinho Tampinha; Helio Maila Paco.
Pojucan era un ragazzino sale e pepe quando lo conobbi nella mia palafitta di Belém. Mi ha scritto per gli auguri di buon compleanno. “Nic! Oggi è festa qui nello Stato del Parà. Ho pensato a lei e vorrei sapere come sta la sua salute. Ho letto la sua preghiera e mi ricordo quando mi chiedeva quanti anni avevo e quando io dicevo la mia età, lei scherzava chiamandomi mentiroso. Adesso capisco che, fin dall’eternità, Dio ci porta nel suo cuore. Un abbraccio Nic e che Dio ti benedica sempre”. Altre persone mi hanno scritto, ringraziandomi per aver inviato loro la stessa preghiera. La riporto qui. Forse qualcuno la vorrà conoscere e, chissà, farla sua.
“Signore, io sono nato nel tuo cuore prima che nel seno di mia madre. Tu mi sei padre e madre. Tu mi hai concepito e mi hai amato come un figlio. Io non ho trenta, cinquanta, settant’anni. Io ho la tua età, sono nato con te. È da tutta l’eternità che tu mi porti nel tuo cuore”.
Il Padre ci regala Gesù, Maria ci regala Gesù. E noi cosa vogliamo regalare? Io non posso smettere di ringraziare il Signore per avermi fatto suo missionario. Il mio cuore vive ancora là, nella mia amata Amazzonia. Alla periferia di Belém, pur vivendo sull’acqua in una palafitta, ho sperimentato la gioia di avere tanti fratelli. Ci siamo aiutati, ci siamo voluti bene e abbiamo costruito la nostra chiesa dedicata a S. Francesco Saverio, patrono delle missioni. P. Luigi Anzalone, da poco ritornato in Amazzonia e destinato alla mia amata parrocchia di S. Francesco Saverio, scrive: “Una cosa molto bella e interessante che ho trovato qui è il cosiddetto albero della speranza, un alberello che, all’inizio di ogni mese, si arricchisce di bigliettini con la richiesta di generi alimentari con cui formare le ceste da distribuire ai poveri, a fine mese. La gente che viene in chiesa prende il suo bigliettino e lascia riso, biscotti, olio, zucchero… ai piedi dell’albero”.
Magari fossero tanti quelli che si aprono all’amore per i fratelli più poveri. Anch’io vorrei aiutare tanto e non finirò mai di ringraziare chi continua a farlo.







