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Tema del "Paginone" di questo numero: "Le Filippine Oggi"

Estese all’incirca quanto l’Italia, poste come un arco davanti al continente asiatico a far scudo a tifoni e maremoti provenienti dal Pacifico, le Filippine rappresentano una realtà fra le meno note dell’Asia, anzi, forse del tutto conosciuta se non fosse per il fatto che i filippini occupano in Italia il quarto posto nella classifica degli immigrati, il primo tra gli asiatici.

In un certo senso, per chi va alla loro scoperta con un salto di diecimila chilometri, le Filippine sono un Paese “full-immersion”: immersione nel caos mostruoso di Manila; immersione in un’Asia lontana e diversa che qui però acquista sfumature più familiari; immersione – questa sì non figurata – in un mare cristallino dalle infinite sfumature dell’acqua, del cielo e del corallo.

filippine Ma ciò che rischia davvero di sommergere il viaggiatore è la vitalità dei filippini: vivaci, curiosi, insieme tenaci e fatalisti, fortemente legati alle proprie isole, ai propri barrio; eppure sempre in viaggio, fino al prossimo villaggio, alla prossima città oppure ai confini del mondo per scelta, per fede o per necessità. A prima vista si potrebbe dire che sono un popolo sradicato o, forse, dalle tante radici. Loro non faticano ad ammettere di avere “piedi asiatici, cuore spagnolo e mente americana” e, come non rinnegano il lungo dominio coloniale, così guardano con orgoglio alla propria unicità culturale e alla propria cattolicità in un’area asiatica dominata dalla civiltà indiana e cinese, terra di diffusione di islam, induismo e buddismo.

Se si volesse giudicare dalle apparenze questo arcipelago di oltre settemila isole – di cui solo alcune decine densamente popolate dai 74 milioni di filippini – si potrebbe definirlo un “Messico un po’ asiatico”, oppure una “Asia fortemente ispanica”. È certo che oltre trecento anni di dominio spagnolo hanno lasciato il segno e da qui, deriva per noi la confortevole familiarità di certi suoni, di certi vocaboli, di certe architetture, di alcuni cibi e di numerose tradizioni pericolosamente in bilico tra il sacro e il profano. Da questa esperienza prolungata, annunciata dallo sbarco di Ferdinando Magellano nel 1521, innestatasi non sempre pacificamente su un mondo tribale assai vario e integrata dalla più recente americanizzazione, deriva la capacità del filippino di adattarsi a una terra straniera nel difficile ruolo di emigrante.

Sbaglierebbe però chi pensasse alle Filippine come una realtà separata dall’Asia, a un’appartenenza puramente geografica. Quanto di asiatico vi è nei filippini si trova nel profondo del loro essere, si nasconde spesso tra le pieghe di una storia complessa e di una natura tormentata. Per chi arriva a Manila per restarci in cerca di fortuna, la capitale è una realtà assai diversa da quella tradizionale, ancor oggi impostata sui ritmi delle stagioni e delle maree, su infiniti rapporti interpersonali e frugalità di abitudini. Manila è una specie di specchio deformante: dà di se stessa un’immagine irreale e insieme non rappresenta la realtà del Paese.

All’antica Maynilad, il “luogo dei gigli”, crogiolo di mille lingue e di mille traffici sulla via delle spezie, si è sovrapposta dal XVI e XVIII secolo la città murata degli spagnoli, Intramuros, dalla forte impronta coloniale. Ma a quel tempo era ancora “Manila la Bella”, dai grandi viali e dagli ampi spazi verdi che lentamente sfumavano verso le risaie del nord e sulle pendici del vulcano Taal a sud, una città cosmopolita aperta su una baia fra le più sicure dell’Asia.

La Manila d’oggi è un orrore urbano che macina elementi architettonici, apporti culturali, tecnologie e uomini, che dell’antico stile mantiene solo l’accoglienza e la vivacità. In sé Manila è solo una delle 17 comunità che compongono un’area metropolitana, Metro Manila, abitata da almeno 12 milioni di persone che corrono, sudano, sgomitano nel traffico infernale e negli ingorghi provocati da migliaia di autobus e jeepney multicolori in perenne lotta per strapparsi passeggeri.

Una vita, quella della strada, che non ha solo a che fare con il clima e con le abitudini, ma anche con le necessità di centinaia di migliaia di persone che, sradicate dalle campagne o sfrattate dalle aree residenziali dai costi proibitivi, vivono nelle “baraccopoli” all’ombra dei grattacieli e degli alberghi a cinque stelle, sotto i cavalcavia e lungo la linea ferroviaria.

E se il quartiere degli affari di Makati assomiglia a Manhattan o ad Hong Kong, ampie zone di Manila ricordano a noi – e ancor più al governo filippino – le contraddizioni di un intero Paese troppe volte deluso nella sua ricerca di equità e benessere.



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