Tante strade portano a Salerno
“Un vecchio seduto vede più lontano...”
Scrive p. Mario Borzaga, martire in Vietnam: “La casa del missionario è la strada e, se qualche volta si ferma in una casa, è per farne una strada verso Dio”. Sulla soglia delle “nozze d’oro sacerdotali”, dubito di poter camminare al passo dei tanti programmi giovanili che la comunità di Salerno ha in cantiere. Però, gli anni passati con il “primo amore” africano della Sierra Leone mi hanno insegnato che “un vecchio seduto vede più lontano di un giovane in piedi”!
E poi, l’età missionaria si misura anzitutto con il cuore...
Con i fedeli della mezzaluna
L’Africa che incontriamo nei giornali e telegiornali di tutti i giorni fa parte di quel “mal d’Africa”, inguaribile per chi ne ha condiviso l’enigmatica storia di luci e ombre. È certamente luminosa la chiesa locale di Makeni, la mia prima missione nel nord della Sierra Leone, che in soli cinquanta anni, ha formato trenta sacerdoti nativi e può ora camminare con le sue gambe.
Mi piace ricordare i recenti risultati di un’inchiesta dove la Sierra Leone, abituata al ruolo di fanalino di coda nelle statistiche internazionali, con la sua maggioritaria cultura musulmana, risulta “la prima della classe” nelle relazioni politiche - religiose. Infatti, la violenza causata in altre parti del mondo da fondamentalismo e terrorismo, nell’ex colonia inglese è sostituita dal dialogo della vita e dalla collaborazione nei vari programmi di promozione umana.
Purtroppo neppure la Sierra Leone sfugge al meccanismo diabolico dei nostri mercati e della corruzione interna nello sfruttamento delle materie prime, che solo in minima parte vanno a beneficio dei poveri del paese.
Fra i discendenti degli schiavi
Dagli anni vissuti in Colombia, porto nel cuore i motivi che hanno battezzato l’America latina “il continente della speranza” (Giovanni Paolo II), soprattutto per la novità e originalità della sua visione missionaria. È una missione ispirata dalla povertà, piccolezza e martirio, una missione guidata dalla “stella dell’evangelizzazione” con il volto e il linguaggio indigeno di nostra Signora di Guadalupe; un continente giovane capace di immettere nuovo sangue vocazionale nelle stanche vene della vecchia Europa.
A Buenaventura, la maggioranza della popolazione è costituita dai discendenti degli schiavi strappati dalle coste occidentali africane, ho rivissuto la povertà africana nelle sue peggiori espressioni di discriminazione ed emarginazione. Ho anche capito il linguaggio di quella teologia della liberazione, che, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla, come diceva Giovanni Paolo II.
Con i sacerdoti e seminaristi
Nel programma salernitano, i superiori mi hanno chiesto di non dimenticare i preziosi anni dedicati alla formazione dei missionari nella scuola apostolica di Brescia e nelle comunità teologiche saveriane di Londra e Chicago. Mi sembra di “ritornare a casa”, ogniqualvolta visito un seminario diocesano a nome della PUM (La Pontificia Unione Missionaria, che ha avuto come fondatore un illustre figlio di questa terra, il beato Manna e, come primo presidente nazionale, il beato Conforti) nel programma di formazione missionaria affidato dalla conferenza episcopale italiana ai vari istituti missionari operanti in Italia.
È un programma che mi ha regalato un prezioso tesoro di esperienze, accompagnando gruppi di sacerdoti, seminaristi e laici in visita alle missioni, come leggiamo nel catechismo missionario di Giovanni Paolo II: “la conoscenza diretta della vita missionaria e delle nuove comunità cristiane può arricchire e rinvigorire la fede.” (RM, 82). È proprio vero: tutte le strade portano a Salerno!








