Sui sentieri della missione… Intervista al p. Memo, in Congo
Tra i saveriani ospiti della comunità di via Aurelia in Roma c'è stato anche il messicano p. Guillermo Serrano Jiménez, 54 anni, missionario in Congo. Ne abbiamo approfittato per intervistarlo.
Com'è nata la tua vocazione?
Appartengo a una famiglia di dieci fratelli e sorelle, cinque e cinque, e io sono il quinto. Fin da piccoli siamo stati abituati alla preghiera e alla recita del rosario ogni giorno in famiglia. Ero anche chierichetto in una chiesa vicino a casa. In questo ambiente di fede intensa è nata la mia vocazione missionaria e sacerdotale, che si è manifestata quando ero ragazzo.
Come è successo?
Quando frequentavo il sesto anno, un giorno abbiamo avuto la visita del saveriano italiano p. Franco Izzo. Ci fece la proposta vocazionale missionaria con la classica domanda: "Cosa volete fare da grandi?". Risposi favorevolmente e così ho iniziato il cammino formativo nelle varie comunità saveriane in Messico, fino all'ordinazione sacerdotale missionaria nel 1985. Ho lavorato per tre anni in Messico, nella formazione dei giovani aspiranti missionari. Poi, ecco la missione africana in Zaire.
Quando sei arrivato in Congo?
Era il 1990. Nel 1997, con una guerra violenta, il dittatore di allora, Mobutu, fu destituito; Kabila si proclamò presidente, instaurando una nuova repubblica: la repubblica democratica del Congo.
Come si vive in guerra?
Non è stato facile. Mi hanno aiutato la vicinanza e l'incoraggiamento di tante persone e il vivere con i confratelli. Avremmo potuto fuggire in quei momenti davvero difficili; invece ci siamo fatti forza per rimanere con la gente, contenta di questa nostra decisione. Da allora il Kivu, la regione orientale del Congo, si trova praticamente in guerra. Io ho lavorato proprio qui, dove si trovano la maggior parte dei saveriani.
Come mai il conflitto non finisce mai?
Ci sono due motivi: da una parte, i grandi interessi economici concentrati nelle miniere da cui si estraggono i minerali (per esempio, il coltan). Il secondo motivo è l'ambizione dei paesi vicini che vogliono allargare i loro territori prendendosi qualche parte del Congo. Penso al Ruanda, un piccolo stato molto popolato che ha bisogno di un territorio più grande...
Cosa hai fatto in missione?
Ho intensificato la catechesi, soprattutto nel villaggio di Bunyakiri, a 80 chilometri da Bukavu. Ero responsabile della pastorale dei bambini e dei giovani. Attraverso la musica, lo sport, le passeggiate, ho cercato di trasmettere i valori cristiani.
Con gli altri missionari abbiamo visitato le comunità di tutta la parrocchia il cui territorio è molto grande: circa 5mila chilometri quadrati, con sentieri da percorrere a piedi e fiumi da attraversare in un territorio montagnoso. Nel territorio della parrocchia ci sono circa 110 comunità ecclesiali, che in lingua swahili si chiamano shirika. Visitavamo due comunità al giorno, una al mattino e l'altra al pomeriggio. La sera non era possibile, perché mancava l'elettricità e la gente non veniva.
Qual è l'obiettivo delle visite?
Cercavamo di trasmettere un messaggio, secondo il programma pastorale della parrocchia. L'occasione migliore per fare ciò era l'Eucaristia, il momento principale della nostra visita. Arrivati nel villaggio cercavamo di ascoltare e dialogare con le persone e i vari responsabili laici, anche per conoscere più da vicino la situazione, le difficoltà, le gioie e gli aspetti positivi della vita di ogni comunità. Così, ci rendevamo conto di come si comportavano i responsabili della comunità e i catecumeni.








