Storie vere: Dodici cancelli ...Come mai?
Se ti tagliano la strada...
La pista era ragionevolmente buona, ma chiusa. Scendo dalla camionetta, apro il cancello, risalgo in macchina, passo, scendo di nuovo, chiudo il cancello e riprendo il cammino. Cancelli di tavole grezze, di bambù, o anche solo (solo?) di filo spinato. Li ho contati: uno, due, tre... dodici cancelli! Scendi, apri, passi, chiudi... dodici volte. Se non avessi visto, sarei tentato a non credere. Dodici barriere chiuse, per arrivare all’aldeia più antica, il villaggio indio che i domenicani, all’inizio del 1900, hanno chiamato “Las Casas”.
Un mattino mi alzo e... sorpresa!
Per capire, ho cercato di immaginare. Abito in una casa agricola, una cascina, al centro di un vasto terreno dal quale traggo il necessario per la vita. Un mattino mi alzo, esco di casa e, dopo aver percorso il sentiero per una decina di metri, trovo un cancello. Qualcuno si è installato nel terreno che mi dava da vivere, e mi ha anche chiuso la strada. Non posso più entrare e uscire dalla mia casa senza il suo permesso, senza aprire e chiudere quel cancello. Cammino un centinaio di metri ed ecco, un altro cancello; poi un altro e un altro ancora, fino a dodici.
Non mi ero mai preoccupato di documentare la mia proprietà. Non c’era nessuno intorno alla mia casa, da secoli. Gli ultimi arrivati mi mostrano dei fogli che chiamano “titolo di proprietà”. Io non so cosa siano; non so neanche leggerli. Capisco che qualcuno ha venduto loro questi terreni e qualcuno (non tutti!) li ha pagati, magari con i propri risparmi... Ma rimane il fatto che io ora sono prigioniero di dodici cancelli.
C’è un’altra pista per arrivare all’aldeia. Su quella pista incontri solo tre cancelli. Ma uno è chiuso a chiave: catena e lucchetto! E senza chiave non passi, oltre al fatto che la strada non è sempre percorribile.
“Cosa daremo in eredità ai figli?”
Passati i dodici cancelli, finalmente arriviamo al villaggio. Rimango incantato. Che armonia! Le capanne sono disposte a cerchio perfetto. Al centro, c’è la casa dei guerrieri, la casa di tutti. Volti sorridenti, corpi dipinti da sembrare quadri d’arte moderna. In breve, tutti i presenti nell’aldeia si riuniscono nella casa di tutti. Dei 186 abitanti del villaggio, alcuni sono al lavoro nella foresta - la poca che è rimasta; alcune famiglie sono andate in città per curarsi o altro. Corrono nella capanna-scuola a prendere sedie per tutti.
Seguono i discorsi di benvenuto: parlano due uomini e due donne. Ricordo la parola di un’anziana signora, che si è fatta avanti trascinandosi dietro due piccoli. Al saluto di prassi, aggiunge: “Non possiamo offrirvi nient’altro che la nostra accoglienza cordiale. Quando ero piccola come questi - e accarezza i cappelli lisi dei bambini - potevamo cacciare l’anta, il japuti, il tapiro, il porco, la onça e altro ancora. E correre senza fermarci, fino a raggiungere la preda. Ora, dopo una breve corsa, ci troviamo di fronte ai reticolati. L’animale fugge e noi non possiamo passare. Nostra eredità era la foresta, gli spazi liberi, i frutti, gli animali. Ora c’è divieto di caccia e di pesca. (Li abbiamo visti anche noi i cartelli). Cosa daremo in eredità - continua - a questi nostri ragazzi?”.
Alla fine ci ha regalato una gran zucca! (vedi foto) Abbiamo fatto un po’ di festa insieme: panini, bibite, biscotti, caramelle. Abbiamo ammirato la loro abilità nel fare certi lavori e l’arte con cui dipingono il corpo. Siamo entrati in tutte le capanne, in segno di attenzione e di rispetto.
Dopo grandi strette di mano, li abbiamo lasciati con un po’ di nostalgia e abbiamo ripreso la nostra strada. Aprendo e chiudendo i cancelli, per dodici volte.







