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Con il ritorno del territorio ad amministrazione portoghese alla madrepatria cinese, poco più di un anno fa, è finita un’era. Cosa ha comportato questo passaggio per la Chiesa? Ce ne parla il Comboniano p.Cerezo, che non ha dubbi: tutto sommato i problemi sono stati minimi. Le "questioni" sul tappeto sono la scarsità del clero e la formazione del laicato.

Cominciamo con un passo indietro. Macao, colonia portoghese dal 1533, è stato il primo avamposto europeo in Estremo Oriente e la più longeva colonia europea nel mondo. Dove troviamo tracce della sua originalissima storia?

Direi fuori e dentro le case, nelle strade che hanno un’architettura inconfondibile e nelle numerosissime famiglie miste nate dall’unione di cinesi ed europei e che esprimono la grande armonia che Oriente e Occidente hanno raggiunto a Macao. Anche la religiosità ha tratti particolari e rivela l’incontro tra cultura locale ed europea. A questo proposito, penso alla solennità con la quale il 13 maggio viene osservata la festa della Madonna di Fatima e alle migliaia di persone che esprimono la loro devozione.

Quali parole chiave possono descrivere i 500 anni della Chiesa a Macao?

Direi: memoria, dialogo e l’importanza che anche una piccola presenza cattolica può avere. Fare memoria vuol dire ricordare che Macao ha segnato la strada verso la Cina di molti missionari che, con grande umiltà, hanno dedicato a questo la loro vita. La memoria della presenza cattolica porta con sé, insegna come anche una piccola Comunità cattolica, in un territorio di appena 21 chilometri quadrati, può essere un seme importante nell’enorme realtà cinese.

Quali sono i sentimenti della gente a poco più di un anno dal ritorno alla Cina?

Dei circa 450 mila abitanti di Macao la maggioranza è cinese e questo, dal punto di vista sociale, ha reso praticamente indolore il passaggio del dicembre ’99. La gente, in generale, non è dispiaciuta di essere tornata sotto la sovranità cinese e lo dimostra il fatto che l’emigrazione è stata contenuta rispetto a quella che ha colpito la vicina Hong Kong. La domanda andrebbe posta con riguardo al fatto di essere governati da Pechino e da quello che il Governo comunista rappresenta. Per 50 anni godremo di uno statuto di autonomia, ma la gente sa che Jiang Zemin è fin d’ora anche il suo Presidente. È troppo presto per fare un’analisi dei nuovi equilibri politici, ma posso dire che l’anno è trascorso serenamente nonostante le tensioni socioeconomiche create dalla recessione asiatica che ha colpito duramente anche Macao.

E sulla vita della Chiesa quanto incide essere diventati parte integrante della Repubblica Popolare Cinese?

Finora non ha inciso affatto e l’essere soggetti alla sovranità cinese potrebbe essere un buon banco di prova per la maturità della Chiesa a Macao. La nostra attività pastorale non ha subito alcun cambiamento e, anche se nessuno può sapere cosa porterà il futuro, credo che la Cina non avrebbe nulla da guadagnare da eventuali restrizioni della nostra libertà religiosa, soprattutto adesso che cerca di uscire dall’isolamento internazionale. La presenza della Chiesa nel tessuto sociale di Macao è forte anche per la presenza di tante scuole cattoliche. Nella cultura cinese la figura del maestro e la saggezza che egli sa trasmettere, sono di grande rilievo. Voglio sottolineare che l’insegnamento non è lo strumento per promuovere le conversioni personali, per le quali rimane centrale la pastorale delle parrocchie. La scuola aiuta a formare la persona su insegnamento di dignità, di morale, di giustizia, rendendola terreno fertile per l’annuncio della Parola di Dio. La gente ha grande fiducia nella qualità delle scuole cattoliche e lo dimostra il fatto che la quantità di iscritti appartenenti ad altre religioni è elevata.

La chiesa di San Paolo, costruita nel 1600 è considerata il più grande monumento cristiano dell’Estremo Oriente. Della costruzione, dopo che un incendio la distruggesse nel 1853, è rimasta solo la facciata che si erge isolata sulla città… Lo considera un simbolo?

Ciò che resta di quella chiesa è una grande catechesi. In nessun altro posto al mondo esiste qualcosa del genere. Soffermarsi davanti alla sua facciata imponente e alla lunga scalinata che conduce ad essa, fa riflettere. La carità, i gesti significativi di amore per il prossimo, la testimonianza di fedeltà al Vangelo offerta anche a prezzo della vita stessa, possono durare più di un edificio che può andare distrutto. Dalla fine del 1500, centinaia di missionari hanno raggiunto la Cina attraverso Macao e, nel 1563, il Gesuita p.Antonio de Quadros la definì "l’unico luogo da cui si può partire per predicare il Vangelo in Cina".



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