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Storia di Augustine, angelo dei sofferenti

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Tutte le storie cominciano allo stesso modo: c'era una volta ... All'inizio della tua storia c'è una famiglia tradizionale africana. I tuoi vecchi credevano nella presenza buona e rassicurante di Kanu Masa la, il dio supremo che non disdegnava di farsi annunciare nei sogni e negli eventi gai e tristi. Fu il "Gigante bianco", il missionario Serafino Calza, a strappare per te il consenso ai genitori perché lasciassi il villaggio assieme ad altri marmocchi desiderosi di studiare alla missione di Kabala. Gli anziani ti portarono rancore per qualche tempo, poi diedero ragione  il "Gigante", quando ti videro tornare adulto al villaggio con un nome nuovo e con tanto di diploma di infermiere.

La tua permanenza nella regione del Koinadugu era però destinata a durare lo spazio di una visita. Secondo la tradizione, trascorso qualche anno dai riti dell'iniziazione, il giovane Limba deve prendere moglie e dare così un nipotino alla madre. La compagna che i tuoi genitori avevano scelto per le nozze aspettava impaziente. Vi amaste, poi affidasti la giovane moglie a tua madre e tornasti a Freetown per iniziare i corsi di qualificazione e la pratica ospedaliera presso il Konnot Hospital della capitale.

Qui ti raggiunse la notizia che Fatu Elisabeth aveva partorito una bimba, ma che la madre si era spenta subito dopo averle dato la luce. Io ti conobbi qualche anno dopo nella parrocchia di Holy Cross, rassegnato inspiegabilmente alla vedovanza, mentre lavoravi come infermiere presso l'ospedale governativo di Lungi-Airport. Ti incontravo a ogni meeting della Conferenza di San Vincenzo, a te affidavo i casi più disperati, in modo particolare i mendicanti della città che spesso avevano bisogno di un trattamento urgente presso il tuo ambulatorio.

Nel 1993 mi confidasti il segreto più gelosamente nascosto della tua vita, il desiderio di consacrarti al Signore. Un sogno che tu non credevi fosse possibile realizzare. Ti chiesi se avresti intrapreso volentieri un cammino di perfezione presso una comunità religiosa; sacrificasti parte delle tue ferie per trascorrere un periodo di lavoro ospedaliero presso l'ospedale s. Giovanni di Dio di Lunsar.

Il superiore decise di riferire a quelli di Roma di questo strano aspirante, vedovo trentaquattrenne e padre di una bambina in età scolare. A dispetto dei pronostici dei pessimisti, arrivò invece da Roma l'autorizzazione, proprio per Augustine Mansaray, di iniziare il cammino di formazione religiosa presso la famiglia degli Ospedalieri di s. Giovanni di Dio. Partisti per i due anni canonici di noviziato e di formazione religiosa prima nel Togo e poi nel Benin.

Ritornasti in Sierra Leone nel 1996, dove potei incontrarti più volte nell'ospedale di Lunsar. A metà febbraio del 1998 la forza militare dei paesi dell'Africa Occidentale (Ecomog) sferò l'attacco decisivo contro la giunta militare del colonnello Koroma e del Ruf di Foday Sankoh. Seguirono giorni di panico, di saccheggi e di distruzioni. I ribelli in fuga raggiunsero Lunsar e presero come ostaggi tutti i medici e gli infermieri bianchi dell' ospedale s. Giovanni di Dio. I reparti furono saccheggiati e incendiati, gran parte delle costose apparecchiature ospedaliere furono manomesse o distrutte. Tu non fuggisti. Mentre i ribelli trascinavano i tuoi confratelli europei verso la foresta, ti offristi generosamente come ostaggio al posto degli altri Fatebenefratelli. Ti picchiarono, ti riempirono di villanie e ti abbandonarono tra le macerie fumanti dell'ospedale che in quasi trent'anni di attività caritative aveva curato indiscriminatamente poveri e ricchi, ribelli del Ruf, banditi e soldati governativi.

Dopo la liberazione dei confratelli europei, bisognoso anche tu di cure mediche, accettasti di trasferirti a Madrid. Poi ritornasti in Africa, per continuare nel Benin il tuo lavoro di angelo dei sofferenti. In attesa che la guerra civile finisca in Sierra Leone e tu possa ritornare a Lunsar tra i tuoi fratelli.



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