Stimolati da una realtà diversa
Siamo al giro di boa del secolo e del millennio: dovevamo prepararci al passaggio in pace, in attesa d'un futuro di speranza invocato come dono di Dio; invece ci troviamo di fronte al caos più assurdo e sconvolgente: bombaroli, terroristi, devastazioni, inquinamento. La stessa natura ha alterato i suoi ritmi, stuzzicata dall'incoscienza dell'uomo che avrebbe dovuto proteggerla come sua alleata, ed invece ne ha fatto l'oggetto dei suoi capricci.
Spesso mi domando dove vanno l'Africa e l'Asia, verso che baratro le stiamo spingendo? Di chi è la colpa? In Sierra Leone, anni fa, in un villaggio sperduto nella foresta ho trovato una mercedes parcheggiata accanto ad una capanna. Tutte e due appartenevano allo stesso proprietario. Là ho trovato ragazzi che si pavoneggiavano con la sola cravatta che ricopriva la loro nudità; altri con un paio di scarpe all'ultimo grido.
Andando in fondo al problema, ti accorgi che tutto quel mondo sta per essere cancellato da un sottile velo di cultura nostrana; viene usato il nostro vocabolario, ma naturalmente non con il nostro spessore culturale e storico di cui sono sintesi i nostri vocaboli. Essi in apparenza parlano come noi; ma in realtà noi abbiamo esportato il conflitto nel loro intimo, che di tanto in tanto sfocia all'esterno in assurda violenza e instabilità; uomini cui è stata impedita la loro diversità.
L'idea mi è venuta pensando a p. Uccelli missionario in Cina. Da ragazzo, e suo alunno, lo ricordo vestito con una sottilissima sottana nera, di seta; ci spiegava che in Cina quella veste era l'abito dei cinesi, e dunque anche del missionario. Ci raccontava l’avventura di mangiare con gli stecchetti, le interminabili visite ai cristiani a piedi, con il carro trainato dai buoi, in bicicletta. Tutto faceva parte d'una strategia di apostolato: farsi il più possibile cinese per aiutare quella gente a diventare "cinesi cristiani".
È necessario immergersi anima e corpo in quella cultura per aiutare ad innestare Cristo nelle profondità più intime: è Dio che in Cristo, attraverso la mediazione del missionario, si fa prossimo per ogni uomo, rispettando le sue diversità. Era questa la tattica di Paolo, di Francesco Saverio e di ogni missionario autentico.
Padre Uccelli era l'esempio vivente di questo stile di apostolato, e lo praticava anche in Italia: andava direttamente dalla gente, ma in forma disarmata; in nome di Cristo domandava e portava aiuto. Incontravi la sua vecchia bicicletta in ogni angolo della città di Vicenza; tutti la conoscevano e non osavano toccarla. Lui con la stessa umiltà entrava nelle case dei poveri come in quelle dei ricchi, per sé non chiedeva nulla.
Quando parlava a noi ragazzi lo si ascoltava come il papà, la mamma; lo vedevamo sempre immerso nei problemi di tutti. La stessa sua devozione verso S. Giuseppe era un atto di omaggio a Dio che s'è fatto prossimo con ogni uomo della storia.
La stessa semplicità e mancanza di pretese la ritrovai quando da giovane sacerdote gli fui a fianco: viveva soprannaturalmente la dura realtà di quell'epoca (il dopo guerra), ed insegnava agli altri a fare altrettanto. Dio lo si può presentare e proporre solo vivendolo; la parola rimane in superficie. Francesco d'Assisi, pur rivestito nei secoli da tanta poesia, è il santo che ha portato Dio nella cruda realtà del nostro quotidiano e in ogni persona.
La nostra cultura moderna, che sta massificando ogni cosa in nome della globalizzazione del pianeta, non rispetta e non apprezza le diversità, e rischia di trasformare in tragedia il secolo e il millennio che ci aspettano al capoverso della storia.








