Solo un grande… noi
G7 e briciole d’aiuto. Il Covid-19 ha messo in ginocchio il continente africano, soprattutto per la gravissima crisi economica innescata dalla pandemia. E si stanno acuendo anche le crisi armate… Nel 2020, secondo il Programma alimentare mondiale (Pam), 7 milioni di persone sono morte in Africa per fame. Di fronte a questo scenario, i paesi del G7 hanno annunciato un piano d’investimenti pari a 80 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Purtroppo, la somma è insufficiente. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale (FMI), la sola Africa subsahariana avrebbe bisogno di circa 425 miliardi di dollari di finanziamenti aggiuntivi entro il 2025, per contrastare adeguatamente la crisi pandemica e ridurre la povertà nella macro regione (p. Giulio Albanese).
Sud Sudan, compleanno amaro. Il 9 luglio, il Sud Sudan ha celebrato i suoi primi dieci anni di vita. Ma c’è poco da festeggiare in un Paese precipitato nella guerra civile nel dicembre 2013, due anni dopo la sua indipendenza dal Sudan. Il conflitto, innescatosi per una lotta di potere tra il presidente Salva Kiir (etnia dinka) e il suo vice Riek Machar (etnia nuer), ha provocato un’escalation di violenze interetniche, scontri tra le comunità e atrocità nei confronti della popolazione civile, costate 400mila morti. Bisogna riaccendere i riflettori su questa crisi dimenticata. Ma i diplomatici europei sono scappati da Juba, come pure i giornalisti che fino a pochi anni fa raccontavano e celebravano la favola della nazione più giovane del mondo. La pacificazione tarda ad arrivare e si contano più kalashnikov che vacche e capre (Marco Trovato).
Scegliere il bene! Non bisogna cadere nella trappola delle ADF (Forze Democratiche Alleata) e dei loro alleati che con gli ultimi attentati stanno conducendo una guerra psicologica per indurre la popolazione a ribellarsi allo stato d’assedio a Goma, in Congo RD, dove i vescovi evidenziano che l’unità nazionale è sempre più minacciata da disvalori come il tribalismo, la disuguaglianza sociale e la corruzione.
Anche ad Haiti, dove è stato brutalmente ucciso il presidente Jovenel Moïse, i vescovi invitano tutti i cittadini a superare il proprio orgoglio personale e gli interessi di parte, per cercare insieme la soluzione tanto attesa dalla popolazione. Il Paese vive un ulteriore aggravamento della destabilizzazione politica, economica e sociale che la tormenta da anni. E la violenza ha raggiunto livelli preoccupanti.
E in Messico, dopo le elezioni del 6 giugno, i vescovi hanno apprezzato la maturità espressa nell’ampia partecipazione dei cittadini. Il processo elettorale, infatti, è stato uno dei più violenti degli ultimi anni. Le bande di narcotrafficanti e la criminalità organizzata vogliono collocare i propri candidati nei municipi più importanti, per poter continuare a controllare il territorio con le loro attività, senza interferenza della polizia. Il partito del presidente Obrador avrebbe perso la maggioranza assoluta e quella qualificata alla Camera dei deputati.
Mai così tanti profughi. Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, cambiamenti climatici, è salito a quasi 82,4 milioni, in aumento per il nono anno consecutivo. E questo malgrado 99 nazioni abbiano approfittato del Covid per voltare le spalle e respingere i profughi. Lo conferma l'ultimo rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr-Acnur). Quella dei profughi è una delle “nazioni” più popolose al mondo, è anche tra le più giovani e fragili. Il 42% di tutti gli sfollati sono minorenni. Più di due terzi di tutte le persone fuggite all'estero provengono da soli cinque paesi: Siria (6,7 milioni), Venezuela (4,0 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,2 milioni) e Myanmar (1,1 milioni). Complessivamente, 48 milioni di persone risultano sfollate all'interno dei propri Paesi.
Per il settimo anno consecutivo la Turchia ha raccolto il numero più alto di rifugiati (3,7 milioni) e diminuiscono le richieste di asilo (anche in Italia). La stragrande maggioranza dei rifugiati del mondo - quasi nove su dieci (86%) - sono ospitati da Paesi vicini alle aree di crisi e da stati a basso e medio reddito.
"Per trovare soluzioni adeguate - è l’appello di Filippo Grandi, alto commissario Onu - occorre mettere da parte le differenze, cambiare l’approccio egoistico alla politica e concentrarsi piuttosto sulla prevenzione, sulla risoluzione dei conflitti e sul rispetto dei diritti umani" (Nello Scavo).
Le iniziative: Caritas e migranti
Cinquant’anni fa, il 2 luglio 1971, su impulso di papa Paolo VI nasceva la Caritas. La ricorrenza cade in un momento caratterizzato dalla pandemia, che sta accelerando quel cambio d’epoca più volte segnalato da papa Francesco.
Si celebra il 26 settembre la 107ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Per l’occasione, scrive papa Francesco: “La storia della salvezza vede un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto perché tutti siano una sola cosa (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. I nazionalismi chiusi e aggressivi e l’individualismo radicale sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: stranieri, migranti, emarginati. In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità”.
Le voci della missione: S… Memorandum e due prime volte
Ventinove organizzazioni laiche e religiose hanno presentato un appello al presidente Draghi per chiedere di non confermare il Memorandum con la Libia. “Dal 2017, anno della firma del Memorandum, oltre alla strage di innocenti in mare, assistiamo all’intervento della cosiddetta Guardia costiera libica, finanziata con risorse italiane e della Ue, che ha operato respingimenti riconducendo più di 60mila persone nei centri di detenzione governativi e, fatto ancor più grave, in quelli gestiti dalle milizie paramilitari. Non è accettabile che si parli di 'salvataggi dei naufraghi', quando è ben noto che essere riportati in Libia significa essere condannati a violenze, torture e abusi di ogni tipo. È necessario promuovere un’azione politica con la Ue per un intervento di ricerca e soccorso. Riteniamo urgente che l’Italia, in quanto Stato costiero, torni a coordinare le attività di nel Mediterraneo. Chiediamo, infine, una riforma delle politiche europee d’asilo che vada nella direzione di una ripartizione equa tra gli Stati, salvaguardando la dignità delle persone che arrivano alle nostre frontiere”.
Per la prima volta, l’incarico di Segretario generale della Conferenza episcopale dell’Eritrea è stato conferito a una religiosa. Si tratta di suor Tsegereda Yonannes, comboniana. La sua priorità sarà quella di dedicarsi ad attività pastorali, umanitarie e sociali a favore dell’intera popolazione, indipendentemente dall’etnia, dal credo religioso o dall’età.
In Malaysia, i vescovi hanno nominato Direttrice del settimanale cattolico "Herald" Patricia Pereira, per quattro anni addetta alle relazioni con i media nell'arcidiocesi di Kuala Lumpur. Storica è stata la battaglia legale dell’Herald per permettere alla pubblicazione di riferirsi a Dio con il nome di "Allah", utilizzato normalmente dalle comunità cattoliche indigene malaysiane. La Malaysia è una nazione multiculturale e multi-religiosa di 31 milioni di abitanti (61% islamici, 20% buddhisti, 9,2% cristiani).
Una storia speciale: Monsengwo, voce dei più deboli
Domenica 11 luglio, a Parigi, è deceduto a 81 anni mons. Laurent Monsengwo Pasinya, una delle personalità più rilevanti del Congo RD e dell’Africa. Nato nel 1939, ordinato presbitero nel 1963, studia a Roma Sacra Scrittura. È nominato vescovo da Giovanni Paolo II e nel 1988 diventa arcivescovo di Kisangani, vivendo in prima persona il periodo delle guerre dal 1998 al 2003, che hanno causato più di 6 milioni di morti. Nel 2007 Benedetto XVI lo nomina arcivescovo della capitale Kinshasa e nel 2010 cardinale. Viene chiamato da papa Francesco a integrare il Consiglio dei 9 cardinali per la riforma della Curia romana. Monsengwo si è distinto per il suo impegno socio-politico, interpretando il ministero profetico della Chiesa cattolica, sola istituzione congolese oramai capace di denunciare le derive del potere dello Stato, le violazioni dei diritti civili e l’impoverimento della popolazione. Con Mosengwo scompare una delle voci più forti in difesa dei più deboli e più critiche nei confronti di tutti i regimi autoritari.







