Se si ama non si può sbagliare - Tre mesi in Ecuador
Chiara, una giovane ragazza bresciana, che lavora in un ospedale nella città come infermiera professionale, ha vissuto un’esperienza singolare: con un permesso di tre mesi, è partita per l’Ecuador, ed ha raggiunto Angamarca, un villaggio disperso sulle Ande, a 3000 metri s.l.m.
Ha incontrato una realtà impressionante, sconvolgente, distante anni luce dall’occidente sazio e insoddisfatto. Merita ascoltarne le impressioni.
* Chiara, cosa ti ha portato a decidere di passare tre mesi in Ecuador?
Ho deciso perché sento vivo in me il desiderio di aiutare gli altri, di vivere per gli altri, di cercare di annullare me stessa ponendo davanti alle mie, le necessità dei poveri. Ho voluto così approfondire il mio cammino verso Dio, nella separazione dalle mia sicurezze, da ciò che amo, nella ricerca della sua volontà, nell’abbandono a Lui, nella condivisione con i poveri fra i più poveri e nella serena accettazione di una realtà ai confini della nostra immaginazione.
* Che realtà hai incontrato?
La realtà è di estrema miseria e insalubrità, di case fatiscenti, di povera gente che vive a 3000 metri in capanne di paglia, a piedi nudi, con qualche straccio per coprirsi; di donne con molti bimbi e senza marito, costrette a lavorare tutto il giorno nei campi. Dei poveri abbandonati a se stessi, spesso malati e con pochissime possibilità di curarsi. Più che un’esperienza in particolare, ho molte immagini nella mente, idee confuse, pensieri che sfuggono e ritornano: tanta cordialità, tanti sorrisi, tanti sguardi malinconici. Il silenzio e la vita che scorre lenta, nel ritmo dei lavori nei campi, nella tessitura, nel lento procedere di un lama, nel semplice stare seduti ad attendere l’arrivo della sera.
* Saresti restata altri tre mesi? Due anni, una vita?
Non riesco a dare una risposta precisa a questa domanda, ci pensavo spesso soprattutto leggendo alcuni brani del Vangelo. In missione è forse più facile concretizzare certi insegnamenti di Gesù, seguirlo quando dice "da’ tutto ciò che hai ai poveri", perché questi sono lì, fuori dalla porta. Risulta più naturale identificare Dio negli occhi dei poveri, nella voce dei fratelli, nella vita difficile di questi uomini e donne. Sono giunta alla conclusione che per quanto difficile il nostro compito sia quello di amare, tutto e tutti, agire con amore, ascoltare con amore, lavorare con amore;
e non importa il mondo in cui viviamo, la realtà in cui abbiamo scelto di vivere è la realtà che abbiamo scelto per amare.








