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Santo Francesco giugnendo a casa di un gentiluomo, fu da lui ricevuto come agnolo di Paradiso. Inverocché detto cavaliere, poscia che ebbe lavati i piedi e rasciutti e baciati umilmente; et eziandio satollato il santo, dissegli: "Padre mio, quandunque voi avete bisogno di tonica o di mantello o di cosa veruna, comperate e io pagherò. Perché per la grazia di Dio io posso, conciossiaché io abbondi di ogni bene temporale".

Maravigliatosi forte, Francesco gli parlò in tal guisa: "Messere, io mi credo fermamente che Iddio ti abbia posto in cuore la vocatione di tucto abbandonare e vestire l'abito delli frati".

francesco "No, padre Francesco, rispuose immantinente il cavaliere, imperocché io tengo vocatione sicura alla politica. Li italiani debbono essere notricati di parola di Dio e di pane con ordinato progresso. Voi come patrono distribuite la parola di Dio et il pane lo distribuirò io che sono il migliore del mondo".

Riflettette ad alta voce Francesco: "Se non abbracci la vita di frate, meglio sarebbe che solamente badassi alli tuoi negotii. Le sorti dell'Italia io ho a cuore!".

"Forza Italia!, prorompette il messere. I' veggio che il paese nostro ha bisogno di me. Imperocché ha temenza della criminalitade, della pressione fiscale e del prepotere dello Stato. Laonde per cui io garantirò tollerantia zero, meno tasse e molta privatisatione. E pria di tutto libertade, inverocché il mio polo politico è la casa delle libertadi".

"In codesto Polo sono molti li valenti politici?", indagò Francesco.
"Ahi, quasi nignuno, sospirò il messere. Li miei alleati valgono poco. Lo migliore è uno che ama et financo dice di adorare come nume lo fiume Po, ma poco o punto ama l'Italia".
"Con cotale programma saranno tanti li oppositori", insinuò Francesco.
"Di quelli che riconoscono la mia maestria ha molti. Molti invero mi sono ostili, conciosiacché insinuano che io ho rubati li beni che posseggo. E di questi oppositori, taluni sono economisti d'oltremare, invidiosissimi, con spazzatura a guisa di scritti. Altri sono anco magistrati e comunisti; laonde per cui quando sarò eletto espurgherò la magistratura rossa".

"Avete molte speranze di successo?" chiese ancora Francesco.
"Tucte! Inverocché possiedo teatri e media et una rete, che oggi chiamano set, la quale raggiunge infino li più piccoli e longinqui borghi del bel paese".

"Perché li italiani averebbono di scegliere vossignoria?".
"Perché la mia è una bella storia italiana, et un libro aperto (distribuito gratuitamente)".
Siccome Francesco rimase menando la testa or a dritta or a manca, disse il cavaliere: "Suvvia, padre, diami la benedictione, conciossiaché i' sono l'unto del Signore e difensore delli valori cattolici, inverocché l'accordo mio con la Chiesa è totale".

Ma a Santo Francesco fu rivelato da Dio che l'Italia era dannata al purgatorio e quel cavaliere allo inferno se fosse divenuto Capo dello Stato.

A guisa di Cristo Gesù buon pastore con la pecorella in periglio, Francesco acconsegliò il cavaliere di relinquere la politica et abbracciare la vocatione del monaco.

A laude di Cristo. Amen.

(Tommaso Arnaldo da Vidano)



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