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Nemmeno il tempo di salutare Laura Novati che un altro amico e prezioso collaboratore di “Missione Oggi” ci ha lasciato il 10 gennaio scorso: Roberto Cucchini. La nostra conoscenza risale a oltre 50 anni fa. Io, del 1948, ero arrivato a Brescia dal Mantovano nei primi anni Sessanta per completare gli studi; lui, del 1947, era arrivato nel 1968 dopo il diploma di perito meccanico a Udine per iniziare a lavorare all’Om, l’attuale Iveco.

Ci siamo conosciuti in quegli anni di grande fermento sociale e politico, nelle numerose riunioni, manifestazioni e iniziative sindacali. Di Roberto, fin da subito, colpivano il carattere mite, aperto all’ascolto, la voce pacata, che si alzava di tono solo per l’indignazione di una qualche ingiustizia, e poi la passione per il riscatto degli ultimi, la profondità della riflessione, l’originalità delle analisi… Univa la passione politica all’immenso amore per la lettura e lo studio. Voleva capire il presente, partendo da un esame critico del passato. Quando si trattò di strutturare e consolidare l’Archivio storico della Camera del Lavoro di Brescia, della cui segreteria ero entrato a far parte agli inizi degli anni Ottanta, fu naturale chiedere a Roberto di rendersi disponibile. Una scelta quanto mai felice, perché Roberto divenne un grande storico.

Alla strage fascista di piazza Loggia nel 1974 fu tra le decine di feriti. In occasione di una delle sentenze di assoluzione, fortunatamente poi ribaltate, appese il cartello sulla stele con la scritta amaramente polemica: “In questa piazza non è successo niente”. Nutriva una disinteressata gratuità di impegno per il bene comune, che potrebbe insegnare molto oggi a chi volesse tentare un vero rinnovamento della nostra acciaccata politica. È stato una personalità di grande valore, studioso e militante al contempo, che a Brescia ha dato molto.

Come ricercatore la sua attenzione è sempre stata per l’altra storia, quella trascurata dall’Accademia, quella dei semplici, operaie e operai, mondariso, anonimi antifascisti. Tante sono le pagine che ha dedicato a militanti di base del sindacato. Immenso il lavoro che ci ha consegnato in due grandi opere: “I soldati della buona ventura” (militanti antifascisti bresciani nella guerra civile spagnola 1936-1939), “I deportati politici e razziali bresciani”, per l’Aned, con 427 biografie piene di notizie, sofferenze e umanità.

Nel 1993, siamo approdati insieme al gruppo redazionale della rivista dei saveriani “Missone Oggi”. Ricordo ancora la nostra perplessità di fronte alla richiesta di p. Meo Elia, allora direttore. “Padre Meo, noi non siamo cattolici praticanti!”. Ci rispose: “Credete nei valori che appartengono a tutti gli uomini di buona volontà, Iustitia et Pax, e che ogni buon cattolico deve condividere. Di questo vi occuperete!”. E in quel gruppo redazionale ci siamo sempre trovati a nostro agio. Per “Missione Oggi” ha curato diversi dossier sulla nonviolenza, sulla resistenza non armata, sulla denuncia della sempre fiorente industria delle armi... In questo ambito, ha collaborato con Opal, Osservatorio permanente sulle armi leggere, con ricerche pionieristiche sul pacifismo dopo la seconda guerra mondiale, sugli obiettori di coscienza, sull’esperienza dei volontari nel conflitto in Bosnia.

Un po’ per le gradite incombenze di nonno, un po’ per i disturbi provocati dalla malattia, negli ultimi tempi si era concesso un ritmo più rilassato. Ma, anche nei momenti di maggiore sofferenza, non ho mai sentito Roberto lamentarsi: era la serenità del giusto, di chi sapeva di avere impiegato la vita al meglio. Lo diceva: “Fin qui sono giunto e sono soddisfatto, tutto quello che verrà in più è un ulteriore regalo”. Anche in questi ultimi anni di sofferenza dignitosa Roberto ci ha saputo lasciare un grande insegnamento.



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