Riflessioni nell'era della globalizzazione
Tira un vento gelido antipatico, penetra fin nelle ossa, foriero di malanni: in verità c’è anche qualche spicchio di sole, che però ha un sorriso di scherno. Gli appassionati di sci incollati al televisori si sorbiscono per ore le gare internazionale: sono in gruppo nei salotti con il radiatore bollente: commentano, gridano, schiamazzano.
È sera e dalla finestra osservo la cerchia delle montagne innevate; gli ultimi raggi di sole illuminano il paesaggio come fosse un quadro del Tintoretto. In città, questa mattina tirava un vento impertinente; ho incrociato tanta gente lungo le vie; eravamo tutti imbacuccati in giacconi e pellicce; proprio non c'era modo di scambiarci qualche saluto; le macchine sfrecciavano via senza riguardo per nessuno.
Mi sono fermato davanti alle vetrine di un negozio di oggetti sportivi; prezzi scioccanti da capogiro. Mentre ero lì, mi si avvicinò una zingarella che spingeva davanti due marmocchi infreddoliti; tra gli stracci allungò una mano. Dalla tasca pescai qualcosa e glielo allungai; mi sorrise e se ne andò. Poi si accostò un africano attirato dalla vista di un giaccone. Guardò, poi se ne andò brontolando qualcosa. Una macchina si accostò al lato opposto: una signora avvolta in una pelliccia da mostra ne uscì seguita da un cagnetto DOC, naturalmente vestito all'altezza della sua padrona; entrarono nel negozio e ne uscirono dopo poco accompagnati dai commessi con grandi pacchi che sistemarono nel macchinone, che poi ripartì lasciandomi con i miei pensieri.
In Sierra Leone a febbraio spira un venticello che viene dal deserto; la temperatura scende di pochi gradi, ma sufficienti a dar vigore a noi europei e a mettere a disagio i nativi. Noi vestivamo leggeri per goderci il fresco, mentre i nativi accendevano grandi fuochi per scaldarsi. Bellissimo lo spettacolo: attorno al grande fuoco c’era tutto il villaggio: uomini, donne, ragazzi; perfino i poppanti, infagottati e dondolanti sulla schiena delle mamme.
Quando noi passavamo ci si guardava interrogativamente: sembrava che il sole stesse facendo sciopero o le bizze in nostro favore: che colpa ne avevano loro? Al telegiornale della sera, tra le tante notizie dal mondo, ce n'è una veramente scioccante: nel mondo ogni anno muoiono di fame dieci milioni di bambini; il tutto spiattellato in un contesto televisivo in cui si magnificava la strepitosa ricchezza e raffinatezza del nostro mondo occidentale, che si può permettere di scialacquare buona parte della tredicesima.
In un baleno mi sono passate per la mente le infinite ingiustizie della nostra società: milioni di disoccupati, milioni di senza nome uccisi e buttati nelle fosse comuni, migliaia di ragazzi, schiavi moderni, sottopagati e costretti a lavorare duramente, ragazze rapite e costrette alla prostituzione, bambini venduti a pezzi per lasciar vivere chi pretende di comperare ogni cosa con i soldi.
Tutti siamo stati sconvolti per le tragiche morti di Simone Allegretti, Lorenzo Paolucci, del piccolo Simone Nardocci, di Silvestro delle Cave e di Mauro Javarone. Assistendo a queste tragedie ci accorgiamo che c'è un altro febbraio più terribile che grava sulla società contemporanea e ne minaccia la distruzione.
Siamo nell'era della globalizzazione; e mi pare di sentire Piero Angela che parla della lotta per l'esistenza nelle foreste e negli oceani: il più forte mangia il più debole: è la legge della foresta e degli oceani, ed è la malattia che sta divorando l'umanità.
È sufficiente dare uno sguardo a ciò che succede nei vari continenti: c'è da essere terrorizzati. Cristo ci ha dato una medicina per uscire da questo febbraio terribile e sperare in una stabile primavera: l'amore vero che solo proviene da Dio ed ha in Cristo il modello.








