Recuperare relazioni sanificate
Dall’intervista di mons. Castellucci ad Avvenire, martedì 19 maggio.
Quello che è successo è un simbolo del male nel suo lato più inquietante. Un male gratuito, senza motivo, che colpisce improvvisamente chi magari è a passeggio con la famiglia, chi sta vivendo un momento di distensione. Un male assurdo, che ci fa capire effettivamente che la sua portata spesso va oltre le relazioni tra cause ed effetto. Qui veramente l’effetto non ha cause se non, pare, uno squilibrio mentale. La sberla è stata forte, c’è stato proprio un momento di disorientamento, di grande smarrimento, di paura anche perché veramente ci si rende conto, soprattutto quando lo si tocca nella carne, che da un momento all’altro potrebbe capitare qualcosa di terribile. La reazione è stata poi subito costruttiva, direi che è simboleggiata dalle tre persone che hanno bloccato questo squilibrato rincorrendolo, cioè un signore italiano che ha visto la scena e lo ha rincorso, nonostante avesse visto che aveva un coltello e lo abbia anche ferito, e due signori egiziani, padre e figlio, che si sono subito messi ad aiutare quest’uomo e hanno immobilizzato l’aggressore. Poi naturalmente le forze dell’ordine, i sanitari. E c’è stata una reazione di tutta la città. Come diocesi, abbiamo fatto un invito a un’intenzione della preghiera dei fedeli, la sera stessa e il giorno dopo, che è stata letta in tutte le Messe, nelle oltre 200 parrocchie. E poi come cittadinanza c’è stata una manifestazione sabato sera, in piazza Grande, con la partecipazione di migliaia di cittadini all’insegna proprio del recupero di relazioni sanificate, della pace nei nostri rapporti quotidiani, della non violenza, di una risposta che non prestasse neanche il fianco ai tentativi di polemiche che sono state fatte anche ad alti livelli. Però in città questa polemica non ha preso piede, ci si è resi conto che era molto pretestuosa, non ci sono neanche agganci per parlare di un attentato per motivi ideologici.
Stiamo pensando, insieme alla Caritas e al servizio per il Dialogo interreligioso ai migranti, a un gesto comune con la comunità musulmana che ci permetta di riflettere con una certa calma sulle relazioni anche tra le nostre comunità, sulla capacità di discernimento, di sorveglianza sulle persone che fanno più fatica e si isolano.
A volte è difficile entrare in relazione vera con persone che appartengono ad altre tradizioni. Per noi, però questo succede anche dentro la comunità cristiana purtroppo. Integrazione non è solo avere un lavoro, è a tutto tondo, cioè chi non entra in maniera viva in una comunità o non vi rimane, deve essere in qualche modo monitorato dai servizi sociali, dalla Chiesa, perché altrimenti si creano queste isole di assurdità che poi possono esplodere.
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