Il centurione
Aveva passato in rivista i suoi soldati, come tutte le mattine. Aveva dato gli ordini per la giornata. Poi era rientrato in casa. Chiama il servo, ma non risponde. Lo chiama un’altra volta. Nessuna risposta. Allora va dove lui si riposava, la porta era aperta. Lo vede steso sul suo lettuccio. Tutto era in disordine. La fronte era calda, aveva gli occhi semichiusi e faceva fatica a parlare. Fa chiamare un medico che gli dice che aveva una brutta febbre (forse malaria o qualcosa di simile). Allora si ricorda che lo aveva mandato a fare acquisti in un villaggio, circondato da paludi. E, sicuramente, là si era ammalato. Il centurione voleva bene al suo servitore che da tanti anni lo serviva. Il medico spiega che il rischio di morire era molto alto. Gli lascia qualche infuso di erbe, senza promettergli nulla. Arrivano gli amici del villaggio e i capi, una volta appresa la notizia. Il centurione si era ben integrato nella comunità. Cercava di aiutare, anche mettendo a disposizione quello che aveva, sia per i poveri come per la casa della preghiera della comunità. Uno di loro suggerisce di andare dal maestro di Nazareth che sarebbe passato quella sera vicino al villaggio. Il centurione non voleva disturbarlo, ma per amore del suo servo, si lascia convincere. Gesù li vede e si avvicina a loro, prende per la mano quell’uomo, lo abbraccia, gli dice che sapeva tutto e non c’era bisogno di scendere a casa sua. Sapeva che anche lui, abituato a fare il soldato, non aveva dimenticato di sognare. Voleva che anche i suoi sottoposti (soldati e servitori) potessero continuare a farlo. Era un loro diritto. Gesù gli sorride e gli dice: “Il tuo servitore sta sognando. Vai, ti aspetta. E anche tu continua a sognare un mondo migliore”.







