Quelle tre mani eloquenti, Gesti che dimostrano il valore della vita
I gesti hanno una loro eloquenza, che spesso supera l'eloquenza delle parole. Sono come i "buoni esempi", che sono più eloquenti degli insegnamenti. Almeno per chi li vuol capire. Per gli altri ottusi, niente basta: né insegnamenti, né esempi, né gesti.
I gesti hanno un'evidenza capace di sorprendere. Sono come le parabole del vangelo, semplici e ricche di senso, per chi sa vedere e ascoltare; per chi sa guardare con l'occhio del bambino. È l'atteggiamento giusto per i discepoli di Cristo, che ci aiuta a comprendere i "segni dei tempi" in cui viviamo e verso i quali il Signore della storia vuole portarci.
Nei giorni scorsi mi hanno sorpreso alcuni gesti. Tre in modo particolare. Li ripropongo con le tre immagini in questa pagina. Sono le immagini di tre mani diverse, che cercano una risposta da altre mani, vicine o lontane, che accolgano il gesto.
La manina del nascituro che afferra il dito del ginecologo che lo sta facendo nascere con il cesareo. I genitori, sorpresi, hanno scattato la foto di quell'istante e l'hanno postata su facebook. Altri medici e infermiere hanno confermato che gesti del genere accadono spesso nelle sale parto.
È il primo gesto d'amore di una creatura verso l'umanità, che l'aiuta a nascere; è il primo gesto che implora amore e aiuto a venire al mondo, che manifesta la voglia di venire alla luce, di nascere alla vita... Mi vengono in mente le parole del canto: "Prendimi per mano, Dio mio...".
Ma poi non succeda che noi sfregiamo quella dolce creatura nei suoi diritti di vita umana, familiare, gioiosa: una vita "normale" per chi viene al mondo. Purtroppo, succede di dimenticare quella manina che ha subito afferrato la nostra, in un patto d'eterno amore.
La mano che saluta è di Malala, la ragazza pakistana che saluta le persone che ha conosciuto nell'ospedale britannico di Birmingham. La mano - accompagnata dai due occhi neri e dal labbro mosso al sorriso - accenna un gentile "bye bye" ai medici che l'hanno curata, alle infermiere che l'hanno aiutata con la riabilitazione, alle persone che le hanno tenuto compagnia e le hanno restituito la fiducia.
Malala era stata ferita gravemente da un bastardo, il 9 ottobre scorso, mentre usciva dalla scuola. Ha dovuto pagare per il suo coraggio di rivendicare - per sé e per le coetanee - il diritto di andare a scuola e di vivere in una società che apprezzi ogni persona, le donne al pari degli uomini.
Quella mano alzata al massimo verso il cielo, con le dita puntate in avanti, accompagna l'urlo della donna indiana, che avanza intrepida rivendicando dignità per tutte le donne della sua grande nazione. È ribellione agli stupri e alle violenze di uomini vigliacchi. È un risveglio di chi non ne può più, neppure della non-violenza, della tolleranza, della sopportazione silenziosa, tipica delle donne indiane che io stesso ho conosciuto e apprezzato.
Tre mani che ho memorizzato nel cuore. Tre gesti che chiedono comprensione e solidarietà, affinché questo nostro mondo diventi dignitosamente umano per tutti: uomini e donne, giovani e adulti, nati e nascituri dell'umanità








