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Quella domenica con p. Piergiorgio Lanaro

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Prima di iniziare la salita verso le colline immerse nella nebbia, p. Piergiorgio ha ben caricato i nostri zaini con sacchetti di sementi e attrezzi in ferro per lavorare la terra. È stata dura salire: lui teneva un buon passo, ma poi il fango, il vento, la nebbia e infine la pioggia... Ci siamo accorti che stavamo arrivando dai nugoli di bambini e ragazzi vocianti che ci sono venuti incontro.

Nella zona vivono circa 14mila persone dell'etnia hutu ruandese, tra cui molti militari con le loro famiglie, sopravvissuti al genocidio. Padre Lanaro sale queste colline congolesi una volta al mese. Vi celebra l'Eucaristia, il sacramento della penitenza e tutto quanto il suo essere missionario lo porta a donare. La celebrazione avviene sotto una capanna di frasche. È frugale la colazione dopo la Messa, ma si avvertono l'affetto e la stima che queste persone nutrono per il missionario.

Gli domando: "Padre Piergiorgio, ti sei mai sentito in pericolo?". Mi risponde: "Sì, ogni volta che salgo quassù. Ma non mi fa paura. È la mia missione. È il mio annunciare il vangelo".

Sulla collina abbiamo lasciato ombrelli e giacche a vento. Lì sono più utili e importanti. Scendendo, rivado ai momenti della Messa all'interno della capanna. L'acqua cadeva da ogni lato, i bambini a loro modo partecipavano alla liturgia, gli adulti deponevano sul povero altare fatiche, speranze e paure. 

Ora che p. Piergiorgio è nato a vita nuova, il pensiero corre là, a quella domenica di febbraio 2009, sulle colline congolesi tra nebbie, fango e vento, in mezzo a quella gente disperata. Quando arriva il sole, che dà calore e speranza, la voce di Dio e quella degli umiliati del mondo si uniscono.

Allora, sono certo che l'amico missionario, ora nella gloria del cielo, rivive in noi e nei tanti a cui ha portato aiuto e donato coraggio.



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