Quella chiesetta in legno, il tabernacolo e la scrivania
Sono passati settant’anni da quando, il 27 luglio 1953, i primi quattro saveriani sono sbarcati a Santos in Brasile. Era anche la prima volta che membri della famiglia missionaria, fondata da San Guido Maria Conforti, mettevano piede in una terra che non era… “terra di missione”. Anzi, del Brasile si diceva: paese cristiano.
Un appello della Santa Sede invocava aiuto per i cristiani di questo paese-continente, con battezzati senza la minima assistenza religiosa. Noi saveriani, nati nella Chiesa per portare il Vangelo a chi non lo conosceva, questa volta eravamo inviati tra i fedeli, anzi, frequentemente fedelissimi a pratiche religiose. La domanda allora è: quale è stato il modello fondamentale seguito, coscientemente o meno, da noi saveriani in questi settant’anni? Certamente, abbiamo seguito le nostre Costituzioni che ci chiedono anzitutto di metterci al fianco della gente per camminare insieme. Non c’è dubbio che abbiamo servito il Regno di Dio, annunciando Cristo con la Parola e l’esempio. Ma qual è in concreto il servizio prestato a questi battezzati e a queste Chiese?
Il 18 luglio 1975, in una notte di gelo, nello stato del Paranà, la temperatura sotto lo zero aveva distrutto tutte le piantagioni di caffè: “Não sobrou un único pe´de café!” (non è rimasta neanche una pianta di caffè). Era il titolo del giornale. I facoltosi proprietari licenziarono tutti. Il cafezal veniva trasformato in pascolo!
Il primo ad accorgersi di quello che stava succedendo fu Gerardo Fernandes, vescovo di Londrina. Era ottobre (tre mesi dopo) quando il vescovo venne a visitarmi. Parlammo a lungo. Il contenuto era semplice e drammatico insieme. I coltivatori di caffè e i contadini in genere lasciavano il campo per accamparsi nelle favelas invadendo terre libere come le sponde dei fiumi. “Noi, ripeteva, ne abbiamo uno proprio alla periferia della città là dove finisce Londrina e inizia il municipio di Cambè, il bairro Santo Amaro. Non ci va nessuno ad assistere quella gente perché non c’è niente: né casa, né chiesa, solo un terreno secco e polveroso”.
Nel Natale 1975, in quel terreno, delimitando uno spazio con dei paletti, ho celebrato la prima Messa. Intanto, avevamo scoperto la chiesetta in legno di una fazenda abbandonata, pochi metri, ma era un segno: il tabernacolo in una parete e in quella di fronte la mia scrivania per essere a disposizione della gente. È nato così il settore pastorale San Francesco Saverio, che in seguito diventerà parrocchia. Con il passare del tempo e con la veloce urbanizzazione, quel territorio verrà suddiviso in altre due parrocchie.
Osservando ora il cammino di questi settant’anni di presenza saveriana, mi pare di scoprire un aspetto particolare della missione, uno schema da noi privilegiato per rispondere alle concrete situazioni incontrate qui nella Terra di Santa Croce. Nei primi trent’anni abbiamo incontrato battezzati, sparsi su immensi territori agricoli, riuniti in piccoli gruppi, a volte familiari, altri in colonie all’interno di una grande fazenda. Era importante ricordare che erano Chiesa, che il Papa non si era dimenticato di loro e ci aveva chiesto di camminare vicini, offrire i Sacramenti, a volte anche solo una o due volte all’anno. Dovevamo farli sentire parte di una comunità e, finalmente, organizzarli in parrocchia, in ambiente rurale prima della “geada negra”, nelle periferie dopo la distruzione delle piantagioni di caffè.







