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Quel progetto di non passare oltre…

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All’età di 76 anni essere ancora attivo in missione è veramente una grande grazia. Sono felice di aver potuto vivere tutta la mia vita per il Signore, in modo pieno e senza mezze misure. I miei anni di presbiterato (47) li ho vissuti tutti in missione, fatta eccezione del breve periodo passato tra voi a Salerno. Sono felice e ringrazio tutti i giorni il Signore per questo dono immenso di vivere la mia vita assieme alla gente più povera del mondo, nella nazione più ricca e sfruttata del pianeta.

All’età dove il riposo può diventare un diritto, ho avuto la grazia di essere inviato in una zona del Congo dove il riposo non è possibile. Ho lavorato molto nella zona di Walungu, Bukavu e Uvira con differenti tribù (Bashi, Barega, Bafulero e Bavira), in accordo con tutti e aiutando il più possibile grandi e piccoli, soprattutto nel settore sanitario e scolastico. Negli ultimi anni, a Bukavu, aiutiamo molti bambini di strada. Li facciamo studiare e assicuriamo loro un avvenire. Abbiamo aiutato alcune ragazze incinte a partorire in modo degno, supportandole anche ad occuparsi bene del neonato. A Kilomoni, abbiamo costruito casette più solide in favore di vedove e famiglie povere, perché il livello del lago Tanganika si è alzato di alcuni metri. Il progetto continua assieme all’altro che si propone di aiutare settanta persone anziane in stato preoccupante di povertà, attraverso un contributo mensile per potere mangiare qualcosa. I ‘vecchietti’ si sono organizzati in un gruppo di preghiera per noi missionari intitolato ai santi Gioacchino e Anna.                                                                                       

Da qualche mese sono a Kindu, cittadina in piena foresta proprio sul grande fiume Congo da cui è divisa in due parti. Il fiume è largo appena 850 metri e da una parte all’altra si passa con le piroghe-taxi. Anche qui continuo a vivere il mio piccolo progetto di vita: “Lo vide e…non passò oltre”. I segni della presenza di Cristo nel mondo dove viviamo devono essere visibili da tutti, utili per gli altri, efficaci nell’azione e capaci di fare il bene, insieme. Mi sento sempre più missionario come inviato da parte della Chiesa, non per mia iniziativa ma per la chiamata avuta dal Cristo secondo il suo progetto.

In Africa, in Congo RD, il Vangelo passa più efficacemente sulla via della solidarietà. Finora, vivo la missione avendo come principio la frase finale della parabola del Buon Samaritano: “Va e anche tu fai lo stesso!”. Non devo chiedermi mai chi è il mio prossimo stando seduto, ma cercando di farmi prossimo a qualunque persona nel bisogno con l’impegno di alleviare un po’ la sua sofferenza. Come il samaritano, mi sono sempre impegnato a non passare oltre, ad aprire gli occhi per vedere la miseria, avere compassione e fare qualcosa per alleviare un po’ quella sofferenza. Qui l’uomo è dimezzato nella sua dignità umana, privo di qualunque diritto fondamentale, che sia uomo o donna, bambino o anziano, giovane o adulto…

Non passare oltre significa farsi vicino al bambino malato o malnutrito, al giovane che vuole studiare e non ha i mezzi, al bambino di strada “randagio” che ha bisogno di affetto, alla famiglia che ha perso la casetta di fango e paglia e non sa dove andare, alla mamma che ha il figlio ammalato e non sa come farlo curare… Coinvolti in tante attività apostoliche e pastorali, anche noi missionari corriamo il rischio di passare oltre, e di non vedere la miseria altrui che è concreta e personalizzata. Come può un bambino che è malnutrito o malato capire che Dio lo ama? Solo se io lo amo può capire che Dio lo ama. Questo amore deve avere quattro caratteristiche: immediatezza, concretizzazione, coinvolgimento e continuità. 

È l’esperienza di missione che sto facendo finora in Congo RD. A Kindu, stiamo fondando una nuova missione intitolata a papa San Giovanni Paolo II. Il bisogno più immediato è quello di rafforzare l’impegno dei pochi cristiani che si trovano sparsi nella zona affidataci nelle comunità ecclesiali di base, costruendo sale polivalenti che si chiamano shirika, dove possono incontrarsi, discutere, pregare e anche celebrare la Messa. Ho cominciato a far visita ai cristiani, celebrando con loro l’Eucaristia il mattino presto, alle 6, prima che vadano al lavoro. Un giorno, durante la Messa, non sapevo dove sedermi per la pioggia, soprattutto per proteggere il messale e le ostie che si bagnavano. La shirika faceva acqua. Siamo arrivati alla fine con grande gioia di tutti e calorosa accoglienza. Ma siamo d’accordo che dobbiamo costruire shirika con lo sforzo di tutti. In poco tempo e con qualche piccolo sforzo, procurando cemento e lamiere per il tetto, possiamo rafforzare la fede dei cristiani e diventare testimonianza viva per gli altri. Dobbiamo costruirne una diecina. Purtroppo, tutto arriva in aereo, in foresta non ci sono strade o sono troppo malandate. Il cemento che a Bukavu abbiamo per 12 dollari, a Kindu ne costa 36!

L’entusiasmo non è diminuito e la vita missionaria rende sempre più giovani. Un caro saluto a tutti voi, qualcuno so che si ricorda ancora di me. 



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