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Sapevo che p. Franco Bertazza era in Casa Madre a Parma, ma la sua dipartita da questo mondo (il 16 febbraio) mi ha colto di sorpresa. La morte di un confratello è sempre un momento di tristezza. Se poi si è condiviso momenti importanti della propria vita, ricevendo tanto, la scomparsa si impregna di sofferenza.

Ci siamo conosciuti per la prima volta a Cremona quando, con i miei compagni di noviziato, abbiamo fatto la prima professione. Lì abbiamo frequentato le due prime classi delle superiori. P. Franco Bertazza era il nuovo rettore che aveva sostituito il caro e compianto p. Giovanni Ferrari, partito per l’Indonesia. I due univano l’origine bergamasca con la provenienza dall’Indonesia. Con lui abbiamo trascorso gli ultimi due anni delle magistrali. Diretto e schietto nelle sue posizioni e decisioni, aveva l’onestà di scusarsi con noi quando si accorgeva di aver commesso un errore.

In quegli anni, ci ha accompagnato nella nostra formazione. Ci spronava ad assumere le nostre responsabilità di religiosi, avviandoci ad attività di apostolato in città e a dedicarci agli studi con serietà. La nostra classe, insieme a quella femminile delle Madri Canossiane, è risultata la migliore dei maturandi di tutta Cremona negli esami del 1974.
P. Franco ci ha fatto sperimentare e toccare con mano la fatica del lavoro manuale, un’esperienza importante per noi futuri missionari. Alla comunità, bisognosa di un furgone per i viaggi, non avendo i soldi, propose di andare a lavorare un mese nei campi del piacentino a raccogliere cipolle e pomodori. Fu una esperienza, faticosa, ma bella. Ci ha fatto capire l’importanza del lavoro come mezzo comune di tutte le persone che affrontano la vita. Ci ha anche appoggiato nello sport, offrendoci la possibilità di praticarlo, a livello agonistico. Avevamo creato una squadra di calcio che partecipò a un campionato provinciale, permettendoci di giocare ed allenarci durante l’anno. Il risultato? Campioni provinciali!

Nel settembre del 1974, con il pulmino frutto del nostro sudore ci ha portato a Parma per iniziare gli studi in Teologia. E lì ci siamo impegnati a mettere a frutto ciascuno i propri talenti. P. Franco, poi, partì per il Brasile ed io per la Colombia. Ho avuto modo, nel 2003, di vivere qualche tempo con lui. P. Franco era stato destinato a Tavernerio (CO) dopo il Brasile ed io ero lì per i tre mesi di aggiornamento e per recuperare un po’ di energie. Poi, mi chiesero di rimanere. Così, ho potuto condividere con lui due anni di lavoro pastorale e comunitario. Ci siamo occupati anche del grande e bel parco di cui p. Franco era l’incaricato. Io, essendo il più giovane, venni affiancato a lui in questo incarico. Abbiamo trasformato insieme quello che era un bosco incolto in un vero e proprio parco: alberi tagliati, trapiantati, sentieri costruiti, nuove specie seminate, statue e panchine. Un lavoro faticoso che però ci ha resi orgogliosi di aver contribuito ad abbellire la casa di Tavernerio.

Inoltre, ricordo con affetto altri momenti trascorsi insieme. Abbiamo celebrato Messe, tenuto incontri missionari, ma anche qualche bella camminata in montagna. Ricordo soprattutto le belle discussioni con gli altri saveriani su molti argomenti dalla religione, alla politica, dalla vita missionaria dove p. Franco teneva banco con le sue tesi non sempre accolte, ma che mostravano una solida preparazione culturale e religiosa e onestà intellettuale. Ringrazio il Signore di avermi fatto incontrare p. Franco e aver percorso un po’ di strada con lui. Ogni persona buona che il Signore ci mette accanto è un regalo prezioso.

A mio fratello p. Fiorenzo, che con lui aveva condiviso tanti pensieri durante gli annuali esercizi spirituali di Tavernerio, ha mandato un messaggio vocale prima dell’ultimo Natale. “Ti ringrazio per gli auguri e per i ricordi di quel passato che esiste solo nel cuore di coloro che credono, amano e sperano. Grazie di cuore e salutami tutti i tuoi cari. Un Natale Santo, pieno di lavoro per te. Amen. Ciao!”.
Arrivederci p. Franco!




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