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Quel mondo di bene con il profumo di missionarietà

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Ho sempre ritenuto preziosa la comunità dei saveriani per il servizio svolto nelle nostre comunità in sostegno alla pastorale ordinaria. Ma la loro presenza è significativa, perché tiene accesa l’attenzione sulla vocazione missionaria di tutta la Chiesa. Sono persone che hanno dedicato il proprio ministero, scrivendo romanzi di assoluta dedizione in diverse situazioni, spesso faticose e avventurose insieme, per il Vangelo di Gesù, annunciato e tradotto in segni di umana promozione.

Nel frattempo, ne è passata di acqua sotto i ponti. Lo spirito del Concilio Vaticano II ha modellato anche l’andare per il mondo dei missionari. Questo ha giovato di riflesso a modulare, nelle nostre comunità, la chiamata alla missionarietà, riproponendo la convocazione di tutti i cristiani ad essere missionari e non solo ammirati spettatori. Una rivisitazione che potremmo definire epocale per gente come noi, convinta  di possedere il dono della fede, di dover andare a ‘convertire’ altri popoli. Certo, Gesù stesso dice di mandare ad annunciare a tutte le genti la Buona Notizia da Lui portata, da proclamare a beneficio di tutti.

Tutto questo ha motivato tante iniziative nelle nostre parrocchie: preghiera e sostegno anche economico ai missionari partenti. Ecco allora le mitiche Giornate missionarie con tanto di banchetto o pesca missionaria; ecco l’impegno per la diffusione della stampa missionaria, per le adozioni a distanza, con la simpatica richiesta di battezzare qualcuno con il nome del nonno; ecco il lavorio solerte dei Gruppi missionari che tenevano aperto il rapporto epistolare, accogliendo poi i missionari al rientro, a base di conferenze e cordiali convivi di coscritti.... Un mondo di bene che profumava di missionarietà, datata, ma genuina e generosa. E che in vari modi continua ancora.

Il Concilio ha operato una giravolta. Ci dice che non solo siamo tutti ‘missionari’ per statuto cristiano, e quotidiani testimoni del Vangelo, ma chiamati ad evangelizzare e pure a ri-evangelizzare il nostro mondo di antica e spesso infiacchita tradizione cristiana, segnato da una fede a volte mal compresa, mal digerita, tentata dall’indifferenza. Ci siamo risvegliati con la sorpresa di essere noi ‘terra di missione’, con la necessità per tutti di un costante approfondimento del valore e della bellezza della scelta cristiana, per una fede più consapevole e matura.

Nel contempo, però, si può verificare qua e là un vero e proprio cortocircuito missionario. Se prima ci si preoccupava della missione nel mondo, ora si corre il rischio di rinchiuderci in una pur urgente missionarietà locale, affievolendo però l’impegno a condividere il Vangelo con altre genti. Si sente dire: “I preti sono pochi, non è più tempo che vadano altrove! Tutti hanno già una loro forma religiosa, perché andare a ‘disturbarli’ nelle loro convinzioni? Anche noi abbiamo problemi economici, come sostenere anche altri popoli?”. I motivi sono vari, quindi, e prendono piede anche all’interno della Chiesa, delle nostre comunità cristiane.

In questo modo, se abbiamo riscoperto la chiamata alla missione casalinga, rischiamo però di sottovalutare il comando di Gesù: “andate a dire a tutti…”. Mancheremmo alla fraternità universale, che chiede di occuparsi della povertà più grande, quella di non conoscere Gesù Cristo, come diceva madre Teresa di Calcutta, e la strada della salvezza e della pace. Cari saveriani, coraggio! La vostra presenza tra noi si fa ancora più urgente e preziosa, per realizzare una compiuta, e non parziale e ambigua, missionarietà nella Chiesa.



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