Quarantacinque anni di missione in Indonesia
Sono 45 anni che ho lasciato l’Europa per l’Asia. Il 18 settembre 1971, a 28 anni, ero finalmente a Padang, Sumatra occidentale. Selargius e la parrocchia dell’Assunta le avevo salutati il 31 agosto; il mio viaggio per la missione è durato due settimane e quattro giorni!
Eppure, quell’esperienza, tutta in solitaria e all’insegna della parsimonia di un religioso missionario, ha lasciato in me solo un grande bisogno di ringraziare e la sensazione di pace che mi ha accompagnato in un viaggio nel quale sono stato risparmiato da tante cose spiacevoli.
Siberut, la seconda isola più amata
Celebravo la mia prima Messa in missione a Padang il 19. Sumatra è la sesta isola più grande del mondo (una volta e mezzo l’Italia). Di fronte a Padang, centro dell’attività dei saveriani, c’è Siberut (isole Mentawai). Qui ho camminato e pagaiato in lungo e in largo per sentieri, spiagge, mari e fiumi. Ho incontrato un’umanità allo stato originale, con una cultura completa e pronta a entrare in simbiosi con la luce del Vangelo. Ho conosciuto persone amichevoli e mi sono sentito parte di una famiglia, che ancora spero di poter avere nei prossimi anni.
Da dieci anni insisto per essere nuovamente assegnato alla seconda isola più amata della mia vita! Del resto parlo la lingua tanto bene quanto “sa limb e sa Sardegna”.
Gli anni gioiosi nelle Mentawai
Nel 1972 non pensavo di mettermi al servizio dell’evangelizzazione nelle Mentawai. Credevo di essere utile a gruppi culturali più evoluti e difficili, come i minangkabau di Sumatra centro occidentale. Ma c’era una richiesta urgente per Sikabaluan (nord Siberut) e non potevo sottrarmi. Fu invece la scoperta di una vita missionaria appagante e che speravo lunga decenni.
L’obbedienza si è rivelata piena di sorprese, tutte gioiose ed entusiasmanti.
Così, sono arrivato a 45 anni di presenza nelle isole dell’arcipelago, sempre gioiosamente al servizio dell’evangelizzazione.
Con i cinesi a Jakarta
Oggi sono nella Chinatown di Jakarta. Si chiama Toasabio (dal nome del tempio confuciano più rinomato del quartiere negli anni cinquanta). Sono qui da un anno e quattro mesi. Tre saveriani provenienti da tre isole diverse: Sardegna (io), Giava (p. Suhud) e Sulawesi (p. Mallisa). La maggior parte della comunità è cinese, abbastanza integrata nella varietà di culture dell’Indonesia. Essa cura la lingua “mandarinale”, con l’aiuto di un religioso dei “discipuli domini”, fondati proprio per la cura dei cinesi della diaspora.
Dovrei mettermi a studiare il cinese, ma come si fa a 73 anni suonati e così pressato dalla cura pastorale di quasi 4mila cattolici, una settantina di catecumeni e con decine di migliaia di confuciani, musulmani e confessioni cristiane varie?
Faccio ciò che posso, ma mi sembra che mi sia stato richiesto sempre un po’ di più, passando d’isola in isola, in questi tanti anni di evangelizzazione.
Su e giù per le isole di questa grande nazione
Pensando di poter dare il dovuto contributo all’organizzazione liturgica della missione in Indonesia mi era stato chiesto di specializzarmi in liturgia. Non sapevo però che avrei dovuto lasciare le Mentawai. Dopo due anni ero già di ritorno a Sumatra, per curare la formazione dei futuri maestri e catechisti della missione di tutta Sumatra centrale, comprese le Mentawai. Per non restare in ozio, facevo parte anche della Commissione pastorale della giovane diocesi di Padang.
Il pellegrinaggio mariano nel 1988
Nemmeno il tempo di organizzarmi, che c’era bisogno di dare una mano nella parrocchia centrale della missione. Poi, il richiamo delle isole più piccole mi incoraggia a riprender i sentieri di Siberut: 7 anni di grande lavoro organizzativo e di rafforzamento della vita evangelica.
Il momento più forte è stata la “Peregrinatio Mariae” per mari, fiumi e sentieri, di villaggio in villaggio, da gennaio ad agosto 1988, a celebrazione dell’anno mariano.
Pensavo a questo punto di poter affondare le radici lì, ma mi illudevo. C’era bisogno di una mano a Yogyakarta, isola di Giava. Era il 1992. Mi si chiedeva di fondare e reggere il seminario teologico per i saveriani d’Indonesia.
È stata una bella fatica, ma i dieci sacerdoti missionari di quegli anni di formazione sono una bella consolazione e speranza per il mondo e per la chiesa.
Tanta gioia e un solo rammarico
Dal 2003 ad oggi altri capitoli di varia natura: primo annuncio a Siberut, formazione degli studenti saveriani di filosofia, direzione della Regione saveriana, servizio di procura e, di nuovo, attività pastorale ed evangelizzazione a Jakarta.
Ho viaggiato molto, ma non sono un turista. Ho avuto la fortuna di mettermi a disposizione dell’annuncio del Vangelo e ne ho avuto in cambio il centuplo in gioia, serenità, realizzazione umana e spirituale.
Sarebbe stato un piacere fare qualcosa di più per la Sardegna, ma non ho nessun ripianto per gli anni dedicati alle isole dell’arcipelago.
Ho solo una stretta al cuore per la mancanza di segni chiari di fede diffusa e vissuta e di vocazioni missionarie in Sardegna.
Ci metto una preghiera e tutto il mio ottimismo perché anch’essa continui a godere del Vangelo che mi ha consegnato da annunciare in estremo oriente, e riprenda a inviare missionari e saveriani.
Confidare e confessare
Negli ultimi tempi ho toccato con mano come il Signore si faccia presente tra i “piccoli” del mondo.
Stavo cercando di mettermi a disposizione di questi indonesiani cinesi di terza e quarta generazione, quando la signora Chiara mi dice che vorrebbe confidarsi. Ma confidarsi o confessarsi? Detto fatto, Chiara mi rivela due grossi “macigni” che le pesano sulla coscienza circa la sua vita di ragazza e poi di mamma. Allora era ancora buddhista, mentre ora è una cristiana attiva già da molti anni...
Le rispondo: “Stai parlando di cose molto grandi, che solo la misericordia di Dio può sciogliere, ebbene questo è capitato a te con il battesimo… Non dovrai più sentirti oppressa dal senso di colpa. Se il ricordo affiora, assieme al desiderio e all’impossibilità di riparare, non devi soccombere a questa situazione irreversibile.
Cogli l’occasione per ringraziare per il perdono e assapora la vicinanza di tutti quelli con cui la misericordia ci ha riconciliati”.
Copiose lacrime scendevano dagli occhi di Chiara e io sentivo un nodo alla gola, per il dono di essere un sardo che porta pace fino a queste isole lontane.



Negli ultimi tempi ho toccato con mano come il Signore si faccia presente tra i “piccoli” del mondo.



