Politica per il bene comune
Dalla prolusione del cardinal Bagnasco al Consiglio permanente CEI, 23 maggio 2011.
Se, nonostante tutto, l'Italia regge è perché ci sono arcate, magari non immediatamente percepibili, che lo tengono in piedi. L'Italia non è solo certa vita pubblica. La politica in sé è comprensiva di dimensioni più ricche e articolate e, in ultima analisi, la nostra idea è che fanno realmente politica tutti coloro che operano per il bene comune, coloro che hanno la religio del bene comune, nel senso del più trasparente, disinteressato altruismo.
Credo vada recuperata una capacità di sguardo che superi le apparenze, le chiazze di colore, le devastazioni di immagine, per cogliere la struttura interiore, l'intelaiatura d'acciaio che sorregge il Paese. La politica che ha oggi visibilità è, non raramente, inguardabile, ridotta a litigio perenne, come una recita scontata e noiosa. La gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più.
Gli appelli a concentrarsi sulla dimensione della concretezza, del fare quotidiano, della progettualità, sembrano cadere nel vuoto.
Dalla crisi oggettiva in cui si trova, il Paese non si salva con le esibizioni di corto respiro, né con le slabbrature dei ruoli o delle funzioni, né col paternalismo variamente vestito, ma solo con un soprassalto diffuso di responsabilità. Se ciascuno attende la mossa dell'altro per colpirlo, o se ognuno si limita a rispondere tono su tono, non se ne esce.
In quanto vescovi, non ci stanchiamo di incoraggiare i gesti di assennatezza che mirano a creare condizioni di pace sociale e di alacre operosità.
Si sappia tuttavia che la nostra opzione di fondo resta quella di preparare una generazione nuova di cittadini che abbiano la freschezza e l'entusiasmo di votarsi al bene comune, quale criterio di ogni pratica collettiva.








