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Padre Arduino Rossi, saveriano di Terno d’Isola, missionario in Bangladesh, è stato ospite delle frequenze di “VillaRadio”, emittente della parrocchia S. Stefano Protomartire di Villa di Serio. Pubblichiamo la sua intervista.

Chi è p. Arduino Rossi?

Coscritto di papa Francesco (1936), sono il decimo di 16 figli. Mamma era una donna di chiesa, dal carattere forte e di grande fede. Lei ci ha educato ai principi della fede cristiana e si dedicava anche all'animazione missionaria nel paese.

Perché hai scelto i saveriani?

Un saveriano, padre Lini, a scuola ci ha entusiasmato con i racconti delle avventure dei missionari nel mondo. Avevo sei anni. Quando sono tornato a casa ho detto a mamma che avrei voluto diventare prete missionario. Lei mi ha mollato un ceffone dicendomi che ancora avevo problemi con la pipì a letto, figuriamoci ad andare in missione!

Nel 1958 la partenza per il Pakistan Orientale…

Il 22 novembre del 1958, insieme a 250 missionari e missionarie, il neo eletto papa Giovanni XXIII ci ha consegnato il Crocifisso della partenza per la missione. Questo Crocifisso mi ha accompagnato in tutta la mia vita missionaria ed è ancora con me in Bangladesh.

Sono stato direttore e docente presso la scuola di tipografia “San Giuseppe” a Khulna, per orfani e portatori di handicap. Ma prima ho dovuto imparare la lingua bengalese, parlata e scritta, con il suo alfabeto che è fatto di caratteri particolari.

È stato difficile imparare il bengalese?

La lingua è complicata sia come cadenza che come alfabeto; e poi ci sono i vari dialetti locali…

Ma la gente è cordiale e solare, nonostante la povertà che regna. C'è sempre un clima festoso: il cristiano sorride sempre!

Come vive la gente?

I bengalesi sono ora più di 160 milioni, in un territorio che è metà dell’Italia... Un vero formicaio! La gente vive con poco, si accontenta di quello che trova. E quando arriva la stagione delle piogge, con nubifragi e cataclismi, è abituata, quasi rassegnata; si rimbocca le maniche e ricomincia sempre tutto da capo.

Che religione seguono?

Il 94% dei bengalesi è musulmano, il 6% hindu, e solo lo 0,02% cristiano. Però le varie etnie religiose convivono serenamente, rispettandosi l'un l'altra.

Sei in Bangladesh da 55 anni…

Quando sono partito per il Bangladesh, ero un fratello saveriano. Poi sono tornato in Italia per gli studi di teologia. Diventato sacerdote, sono tornato in Bangladesh, dedicandomi alla pastorale, al ministero, alla predicazione e ad altre varie attività.

Hai mai avuto minacce?

Ho ricevuto tre lettere minatorie, due le ho prese e nascoste; la terza è arrivata nelle mani del vescovo che ha voluto subito farmi rientrare in Italia per difendermi. Infatti, in quei giorni avevo denunciato alle autorità 17 uomini, autori dell’assassinio di p. Valeriano Cobbe. Il colpevole è stato arrestato e ha pagato per il suo crimine.

C’è fanatismo religioso?

Noi lavoriamo insieme e per le piccole comunità cristiane. Dobbiamo ottenere il visto, per il quale ci pongono alcune condizioni, tra cui, garantire di non fare propaganda religiosa né proselitismo, e conoscere la lingua bengalese.

Sei stato coinvolto nella guerra di liberazione?

Alle prime rappresaglie, che poi sfociarono nei sanguinosi anni della guerra di liberazione del Bangladesh dal Pakistan, abbiamo avuto l'ordine di rientrare in Italia lasciando la missione. Tutti furono rimpatriati, ma io, arrivato all'aeroporto, decisi di restare: lo sguardo del mio vescovo e l'attaccamento alla missione mi impedirono di partire; rimasi insieme a pochi altri. Il nostro confratello p. Mario Veronesi ha dato la vita per la liberazione del Bangladesh, ucciso brutalmente insieme a un giovane universitario e ad altri fedeli che si erano rifugiati in chiesa.

Sei stato anche in Italia?

Dal 1980 all'89 sono stato animatore vocazionale ad Alzano Lombardo. Poi il rientro in Bangladesh, nel villaggio più isolato e povero della nazione, Borodol, definito dagli stessi abitanti il “paese degli assassini”. Dopo due anni, mi sono spostato a Dhaka, dove c’è una casa d'accoglienza per i saveriani e per i medici che vengono a prestare servizio volontario presso l'ospedale “Santa Maria”, fondato nel 1990 a Khulna.

E in Sardegna?

Sono stato anche dieci anni a Cagliari, come economo e vice rettore della comunità saveriana. La Sardegna è un’isola allegra, legata fortemente alle tradizioni e ai costumi popolari. Le donne, molto devote, con le loro gonne nere, partecipano alla vita di chiesa; gli uomini le accompagnano rimanendo fuori, sul sagrato.

È gente semplice e accogliente, anche se è molto percepito l’isolamento dal “continente”.

In Bangladesh, invece…

In Bangladesh la vita è semplice, ma sempre vorticosa, tra strade affollatissime e mille cose da fare…

Ci sono vocazioni saveriane?

Abbiamo tre saveriani bengalesi: uno a Manila, uno in Ciad e uno in Brasile. Le case di formazione si trovano a Khulna, dove ci sono anche le suore di Madre Teresa. Sono donne sante, votate alla carità e vivono in povertà; ogni settimana hanno l'incontro con un sacerdote per la direzione spirituale o per la confessione.

Hai incontrato madre Teresa?

Due volte. La prima è stata nel 1972. Guidavo il furgone per accompagnarla a Calcutta. Arrivati alla dogana, la guardia riconoscendola l'ha apostrofata dicendo: "Ecco la ladra di bambini".

Lei, per niente turbata, sorridendo rispose: "Ti ringrazio, perché con le tue parole mi dai modo di riflettere”.

La seconda volta è stata nel 1977 a Milano, a San Siro, in occasione della grande assemblea per il “giorno della vita”, dove veniva ricordata la santa dottoressa Gianna Beretta Molla, che dopo una vita cristiana da moglie, mamma e medico esemplare, diede la vita per permettere la nascita della sua ultima bambina.

E anche mons. Capovilla?

Sì, l’ho incontrato poco fa a Ca’ Maitino, Sotto il Monte: ancora lucido con i suoi 98 anni. Con me c’era il vescovo di Khulna mons. Romen Boiragi, in visita in Italia.



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