Pensieri di Pace da Belem
Belém che significa Betlemme. Mi ha fatto ricordare di quella chiacchierata che non siamo riusciti a fare sulla mia esperienza in terra di Gesù. La terra della Pace? Speriamo. È quello per cui molti sperano e s'impegnano perché possa un giorno diventare realtà. Giudicando in base alla situazione socio-politica, alla storia e all'intolleranza dei gruppi radicali presenti in ambo le parti, la pace sembra un sogno di Icaro, destinata a sicuro fallimento.
Ma per chi crede nelle promesse di Dio, per chi confida nella forza della sua Parola, per chi si affida alla guida di un Bimbo e alla luce della sua stella, per i temerari della speranza, per chi vive la vita come un dono di sé e un continuo miracolo, e di questa gente ne ho incontrata tanta a Gerusalemme e fino ai confini del mondo, anche il miracolo della pace è possibile.
Questi costruttori di pace, che Gesù ha proclamato beati, sanno che essa è un dono di Cristo, un dono messianico, già presente e sperimentabile, ma sempre avanti a noi da realizzare. È una pace che convive con la guerra, con la lotta per la giustizia. Essi non confidano nella pace americana, che favorisce i potenti e i prepotenti, i fabbricanti di armi e i colonizzatori economici, che crea due mondi separati: uno paradisiaco per pochi ricchi e l'altro un inferno di miseria per una massa di esclusi.
Così come i discepoli di Gesù, cioè la comunità cristiana primitiva, che non confidarono nella pax romana, nella quale si vedevano trattati come pecore da macello, esclusi e perseguitati in tutto l'impero. Credo che le due situazioni si assomigliano abbastanza. Solo che allora ciò che portava a calpestare la dignità e i diritti umani dei poveri di Iahweh era l'imposizione del culto dell'imperatore.
Oggi è invece il culto del dio denaro che produce violenza e miseria, come il diritto alla vita, alla casa, all'educazione, al lavoro. In questa società in cui la competitività, assunta come criterio ultimo e discriminante, favorisce solo i più qualificati, i più furbi, i più intelligenti e i più tutto, mentre vengono sacrificati sull'altare del lucro e della produttività le categorie più deboli del cosiddetto villaggio globale.
Ovviamente mi riferisco soprattutto ai Paesi del Terzo Mondo, o meglio, del Sud del mondo, Africa, Asia e America Latina. Le immani tragedie, i genocidi e disastri ecologici di questi ultimi decenni non hanno bisogno di essere ricordati né descritti, né occorre cercare molto lontano i Paesi i cui interessi economici e politici li hanno provocati.








