Passi perduti o ritrovati?
Qualche mese fa, mi sono trovato in sala di attesa del reparto di medicina interna nell’ospedale di S. Maria delle Croci di Ravenna. Ero lì per visitare p. Angelo Pansa, che a marzo ha compiuto 60 anni di Messa. Mentre, per passare il tempo, camminavo lungo il corridoio del “Day Hospital”, ha attirato la mia attenzione una serie di quadretti appesi dalla regione sanitaria Emilia Romagna.
Perché i ciliegi tornassero in fiore
Iniziavano con la canzone di Fabrizio De Andrè dedicata alla figura del dottore, e gli interrogativi: Ma chi è l’utente? Sappiamo cosa nasconde? Cosa chiedono le persone che vengono a noi? Che cosa è per me la loro malattia? Cos’è e com’è il dolore? Cosa impedisce di mostrare il proprio io? E finivano con i pensieri ad uno sconosciuto di Walt Whitman. Mi piace riportare qui il testo della canzone.
“Da bambino volevo guarire i ciliegi, quando rossi di frutti li credevo feriti/la salute per me li aveva lasciati coi fiori di neve che avevan perduti.
Un sogno, fu un sogno ma non durò poco; per questo giurai che avrei fatto il dottore e non per un dio ma nemmeno per gioco: perché i ciliegi tornassero in fiore, perché i ciliegi tornassero in fiore.
E quando dottore lo fui finalmente, non volli tradire il bambino per l'uomo e vennero in tanti e si chiamavano "gente"/ciliegi malati in ogni stagione…”.
È un invito alla riflessione sull’incontro del medico col paziente (dal latino “colui che soffre”), per superare il disagio momentaneo. Noi corriamo il rischio di essere sconosciuti a noi stessi e all’altro con i suoi problemi e misteri. L’obiettivo del medico è incontrare l’uomo intero, nella sua persona, con la malattia e il dolore.
Scritto a uno sconosciuto


Per ultimo si vede lo scritto a uno sconosciuto di Walter (Walt) Whitman, che ha scritto la raccolta poetica “Foglie d'erba”.
“Sconosciuto che passi! Non sai con quanto desiderio io ti guardo, tu devi essere colui che io cercavo, o colei che cercavo (mi arriva come da un sogno); certamente ho vissuto in qualche luogo una vita di gioia con te. Tutto è ricordato, mentre passiamo l’uno vicino all’altro, fluido, amorevole, casto, maturo, sei cresciuto con me, sei stato ragazzo o ragazza con me, io ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo è diventato qualcosa che non appartiene soltanto a te, né ha lasciato che il mio restasse mio soltanto, mi hai dato il piacere dei tuoi occhi, del tuo volto, della tua carne, mentre io passo, tu ne prendi in cambio dalla mia barba, dal mio petto, dalle mie mani, non devo parlarti, devo pensarti quando seggo da solo o veglio la notte da solo, devo aspettarti, non dubito che ti incontrerò ancora, e a questo devo badare, di non perderti”.
Noi cattolici, nelle litanie lauretane, invochiamo la mamma spirituale che Gesù ci ha dato morendo in croce. Maria Consolatrice degli afflitti prega per noi quando siamo ai piedi della croce o sulla croce, come ci ha insegnato san Pellegrino Lizzosi a Forlì.







