Padre Pulcini: La pace è un po’ più vicina
Padre Pulcini parroco a Bujumbura
Padre Mario Pulcini, nel suo periodo di riposo triennale, è ritornato a Macomer dove aveva lavorato per otto anni. (Nella foto, Mons. Manunu Edoardo, vescovo di Kikwit, visita i saveriani di Macomer).Ora si trova a Bujumbura, la capitale del Burundi, come responsabile nella parrocchia missionaria dedicata al nostro fondatore, il beato Guido Conforti. Gli abbiamo rivolto alcune domande.
Com’è adesso la situazione in città?
Bujumbura, la capitale del Burundi, pur non essendo paragonabile alle grandi metropoli africane, concentra in sé gli stessi problemi e le medesime contraddizioni. C’è una minoranza che vive una vita a livello europeo e una maggioranza che sopravvive e lotta per un pezzo di terra, una baracca, un posto a scuola e un pezzo di pane.
Il quartiere Kamenge, a nord della capitale, dove io lavoro con altri tre saveriani e tre saveriane, è abitato da migliaia di persone venute da ogni parte del Burundi in cerca soprattutto di sicurezza e di un futuro migliore.
C’è ancora molto pericolo?
In quest’ultimo anno le cose sono sensibilmente migliorate. In città non si spara più, anche se resta ancora la piaga delle bande armate. C’è ancora un gruppo ribelle che ha rifiutato ogni accordo e che continua la guerra in alcune zone del Paese.
Dovrebbero essere gli ultimi fuochi, almeno si spera. Ora c’è più tranquillità. La pace del Burundi, però, dipende molto dal vicino Congo e da quanto succede in Ruanda. Tutsi e hutu, da anni in conflitto tra loro, sono nelle mani delle grandi potenze che hanno messo gli occhi sulle immense risorse del Congo e se le contendono con ogni mezzo. La povera gente purtroppo continua a pagare.
A quando la pace?
Siamo alla fine della lunga transizione. Ai primi di novembre dell’anno in corso dovrebbero esserci le elezioni amministrative e politiche. Le camere dei deputati e senatori dovrebbero poi eleggere il nuovo presidente del Burundi, ponendo fine - ce lo auguriamo tutti - a lunghi anni di conflitti che hanno causato centinaia di migliaia di vittime. Purtroppo, non tutti ci credono e non tutti remano nella medesima direzione. Ci sono tensione e sospetti reciproci.
Tutti hanno paura di possibili colpi di Stato, che cancellerebbero anni di sforzi per giungere faticosamente a un minimo di democrazia e di pacifica convivenza tra le due etnie da sempre in guerra: gli hutu e i tutsi. La comunità internazionale, i caschi blu dell’Onu, la comunità europea vigilano e spingono affinché il miracolo si avveri.
Che lavoro svolgono i diciotto saveriani?
Due comunità lavorano in città: la parrocchia di Kamenge e il centro giovani Kamenge. Due comunità lavorano nell’interno del Burundi, a Gisanze e a Gasura.
Nei prossimi mesi avrà inizio una quinta comunità saveriana per la formazione: accoglierà i giovani burundesi desiderosi di far parte della famiglia saveriana. È un lavoro nuovo e importante che darà maggior peso alla nostra presenza in Burundi.
La maggior parte dei saveriani è impegnata nell’annuncio diretto del vangelo ai non battezzati, attraverso il catecumenato e la formazione di catechisti e collaboratori pastorali. La prima evangelizzazione nel catecumenato e il recupero di quanti, a causa della guerra, hanno dovuto abbandonare tutto, vanno di pari passo con la formazione umana e lo sviluppo.
Da anni portiamo avanti la formazione di piccole comunità di base nei quartieri e sulle colline per rendere più diretto, profondo e responsabile l’annuncio del vangelo.
E per la gente bisognosa?
La promozione umana la concretizziamo attraverso la realizzazione di progetti di sviluppo: costruzione di case, pozzi e acquedotti per l’acqua potabile, alfabetizzazione, scuole, dispensari, accoglienza dei profughi che rientrano dal Congo e dalla Tanzania, assistenza degli orfani e altri progetti.
Il centro giovani Kamenge aiuta soprattutto i giovani, attraverso attività culturali, sportive e religiose, perché sappiano convivere insieme superando le diversità etniche e religiose.








