Padre Marcelli - Vorrei tornare in Sierra Leone
La santa nostalgia del missionario
Ho ricevuto in questi giorni lo “Stato del Personale”, il libretto che informa dove si trovano tutti i missionari saveriani, aggiornato al 2004. Apro subito la pagina della Sierra Leone. Vi trovo elencati 27 saveriani (negli anni ’90 eravamo una quarantina). Scorro i nomi delle varie missioni.
C’è anche Kabala con tre missionari. Sono giovani: con il loro lavoro e la grazia di Dio, la ricostruzione della comunità cristiana e delle sue strutture è assicurata. È un paese grosso, ma la furia delle bande armate l’avevano ridotto a una estensione desolata di tetti bruciati.
Gli inizi a Koinadugu
La missione è dedicata ai santi Martiri dell’Uganda. Il vasto distretto del Koinadugu, di cui Kabala è il capoluogo, fu il mio campo di lavoro per i primi quattro anni di missione in Sierra Leone. Nella responsabilità della missione succedevo a p. Franco Manganello, che ancora “sparge sudori” per l’evangelizzazione della nazione. Ero insieme a p. Calza, l’unico dei quattro “pionieri” ancora attivo in Sierra Leone.
C’era anche don Henry, giovane prete sierraleonese, impegnato nella scuola secondaria e nell’animazione giovanile. Avevo la responsabilità di espandere l’attività della missione mantenendo i contatti con i paesi dove c’era già una scuola o una chiesetta, e prendendo contatto con altri villaggi. Era un territorio molto vasto e interessante.
Mongo Bendugu era il villaggio più lontano; ma vi andavo volentieri, una volta al mese, per visitare la scuola e la comunità cristiana. Un catechista e un bel gruppo di maestri erano la punta avanzata dell’opera di evangelizzazione.
Il capo musulmano agli sposi cristiani
Il capo della zona era un musulmano illuminato e saggio. Accoglieva volentieri il missionario e gli dava ospitalità in casa sua, perché la missione cattolica portava progresso nel suo territorio.
Non c’era ancora una chiesa e le celebrazioni liturgiche si facevano nel court barry, una tettoia per gli incontri ufficiali del paese. Venne il tempo di celebrare il matrimonio cristiano di un maestro, parente del capo. Il catechista aveva preparato gli sposi istruendoli sul matrimonio cristiano.
Durante l’omelia io spiegai la grande dignità degli sposi che, nel loro amore, testimoniano l’amore di Dio verso l’umanità. Ricordai anche che il matrimonio cristiano è unico e indissolubile…
A questo punto, intervenne il capo chiedendomi di ripetere chiaramente: “Un solo uomo, una sola donna, uniti in matrimonio fino a che la morte li separi?”.
Quando credette di aver capito bene, si rivolse personalmente agli sposi e disse: “Avete capito bene? Non dimenticatelo! Vogliatevi bene e allevate bene i vostri figli”.
La tragica guerra
Vorrei tornare oggi a Mongo Bendugu. Vorrei vedere come è andato a finire quel matrimonio. Il paese è stato attaccato e bruciato ripetutamente dai ribelli durante la guerra civile: chi sa chi c’è e chi non c’è più. Certamente i tre missionari di Kabala hanno ripreso contatto con quella popolazione. So che il capo è morto prima di vedere il suo paese bruciato, fortunato lui!
Quanti ragazzi sono stati costretti a imbracciare il fucile per terrorizzare e uccidere la gente, bruciare le case, con il pretesto di creare una nuova nazione, una società onesta, non più corrotta. Erano solo strumenti in mano ai gruppi di potere cui non interessava la loro vita. Molti di quei ragazzi sono morti in guerra, altri sono mutilati, la maggior parte portano dentro di sé i traumi della tragica guerra, gli incubi della violenza fatta e subita.
Dio aiuti i missionari
I centri di recupero hanno fatto e fanno tutto il possibile per mettere ordine nel cuore e nella mente di quei ragazzi. I missionari sono impegnati a ricostruire una società orientata al bene, in cui ognuno possa trovare un posto dignitoso e responsabile. I missionari amano questa gente, amata da Dio. Dio li aiuti.








