Padre Damiano: Apostolo dei lebbrosi
Padre Damiano De Veuster fu un missionario coraggioso che, un secolo fa, portò alla ribalta il problema dei lebbrosi e lo buttò come un carbone acceso nella coscienza del mondo civile. Egli mostrò cosa si può fare, anche mancando i rimedi (come al suo tempo), per dare speranza ai lebbrosi e dignità alla loro vita.
Nato presso Lovanio, in Belgio nel 1841, quasi per caso nel 1863 fu inviato a predicare il Vangelo nelle isole Hawai, in sostituzione di un confratello ammalatosi d’improvviso. Là incontrò qualche lebbroso e ne ebbe un’immensa compassione.
In quel tempo le isole erano in allarme: il medico di Honolulu, la capitale, aveva notato che la lebbra faceva grandi progressi nell’arcipelago. Le autorità decisero di isolare i malati per evitare il contagio, e nel 1866 segregarono il primo gruppo di lebbrosi a Kalaupapa nell’isola di Molokai: una lingua di terra che il mare circonda da tre parti e una catena di monti, erti e selvaggi divide dal resto dell’isola, prigione ideale, lazzaretto e cimitero per gi infelici colà relegati.
Ben presto tra quei miserabili, lasciati a se stessi con scarsi aiuti per sopravvivere, regnò l’anarchia. Abbandonati e privi d’ogni speranza, passavano i giorni giocando a carte, danzavano la "hula" davanti agli altari della dea Laka, ubriacandosi di alcool ottenuto dalle radici di una pianta locale. Le risse e le sopraffazioni a danno dei più deboli erano continue. Dormivano ammucchiati nell’umidità delle capanne. Ai malati che arrivavano ogni settimana si diceva subito: "Sappiate che qui non c’è legge" per giustificare la condotta più sfrenata. In tali condizioni la morte era di casa al lebbrosario.
Fu nel 1873 che il Vicario Apostolico dell’Arcipelago lanciò un appello perché un sacerdote andasse ad aiutare i lebbrosi di Molokai, tra i quali v’erano dei cattolici. E venne subito una risposta: "Vado io!" disse p.Damiano che si offriva non solo di aiutare, ma di restare con i lebbrosi per sempre.
Egli si trovò così tra la gente più disperata del mondo, sotto una capanna improvvisata, col breviario, la veste che indossava e una fede indomabile. Forse qualcuno avrà detto anche a lui: "Qui non ci sono leggi"; ma lui era venuto a portare una legge nuova, quella dell’amore. E i lebbrosi s’accorsero subito che finalmente c’era uno che li amava.
Infatti si mise subito all’opera. Si fece carpentiere, falegname, infermiere per i suoi lebbrosi. Con l’aiuto dei più robusti e volenterosi abbatté alberi, costruì una chiesa e casette decenti, insegnò a coltivare la terra. Visitava sistematicamente tutti i lebbrosi. Arrivava col sorriso e la borsa piena di medicine e di bende per pulire e fasciare le piaghe con le proprie mani. Dio solo sa quanto eroismo costò sostenere il fetore di quei poveri corpi in putrefazione. "Più volte – confessa – sono stato costretto a chiudermi le narici e a correre fuori a respirare aria pura". Trovò un parziale antidoto nell’uso della pipa. Le autorità gli offrirono la carica di sovrintendente del lebbrosario con la gratifica di diecimila dollari annui. Egli rispose umilmente: "Se mi offriste centomila dollari non resterei qui cinque minuti. Solo Dio e la salvezza delle anime mi trattengono".
La fama dell’"eroe di Molokai" si sparse per il mondo e vennero aiuti da tante parti. Ben presto il lebbrosario di Molokai cambiò volto. Ebbe due bellissime chiese (a Kalauapa e Kalawao), abitazioni solide e decenti, e anche una casetta a due piani per il missionario.
Sorse un orfanotrofio e una casa per le suore Francescane venute a curare gli orfanelli. Chiese mucche da latte per i malati più deboli. Padre Damiano viveva con i lebbrosi, come loro. Condivideva il loro pasto, mettendo la mano nel piatto comune senza tradire la profonda ripugnanza che non poté mai vincere del tutto. Non voleva cautele o distinzioni che avrebbero creato barriere tra lui e i suoi malati. La sua presenza suscitava fiducia e coraggio. Così conquistò il cuore di tutti. Qualcuno disse di preferire restare lebbroso piuttosto che separarsi da Makua Damiano. Ebbe la gioia di ricevere molte conversioni e di battezzare un centinaio di adulti ogni anno. La sua chiesetta, quando celebrava Messa, era sempre piena di fedeli che pregavano e cantavano le lodi a Dio.
Passarono gli anni. Forse stava abituandosi a considerare la lebbra una malattia degli altri. Ma un giorno del 1884 si accorse d’essere preda della lebbra anche lui. Fu una scoperta terribile; un velo nero lo avvolse per un istante. Si riprese subito e continuò a lavorare come il solito finché le forze glielo permisero. La malattia progredì inesorabilmente, ed egli assistette allo sfacelo del proprio corpo secondo le tappe che ben conosceva.
La notizia che p.Damiano era lebbroso commosse il mondo dei suoi ammiratori; vennero numerose offerte di lavorare con lui, specialmente da confratelli del suo istituto. Questo gli procurò la consolazione di sapere assicurato l’avvenire della sua opera.
Il 15 aprile 1889, dopo sedici anni d’apostolato tra i lebbrosi di Molokai, all’età di 48 anni, moriva tra le braccia d’un confratello e il pianto dei suoi figli.
Figure come quella di p. Damiano rendono migliore il mondo e ci assicurano che Dio continua a mandare i suoi santi a salvare il mondo con la dedizione della propria vita.








