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Padre Barbini - “Vorrei tanto tornare in Giappone”

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Padre Fausto Barbini con i suoi poveri

Questo ricordo di padre Fausto Barbini è tratto dall’omelia che padre Luigi, vicario generale dei saveriani, ha tenuto a Parma il 25 settembre.

Nel giugno scorso, p. Barbini stesso mi raccontò del suo trasferimento da Vicenza a Parma. Mi disse: “Avevo avuto problemi allo stomaco. Il superiore mi disse che sarei andato a Parma per curarmi. Preparai le valigie, scegliendo il necessario. Il giorno seguente il superiore mi disse che, in realtà, avevo un tumore! Se me lo avesse detto prima avrei messo meno roba in valigia…”, concluse sorridendo.

Lo incontrai di nuovo a Parma il 4 agosto scorso. Era visibilmente provato nel corpo, ma forte e sereno nello spirito. Avemmo un lungo colloquio, tutto sul Giappone e poco sulla sua salute, che sembrava gli interessasse molto meno della missione.

Al termine del colloquio, mi disse che era disposto a tornare in Giappone, “anche solo per fare il portinaio nella casa saveriana… e portare la Comunione a qualche malato”. Era commosso fino alle lacrime. In quel dialogo è racchiusa la vita di p. Fausto Barbini.

Ha amato la missione

Amava la missione del Giappone; amava la missione in sé. Aveva una stima sincera e sconfinata per ogni confratello e per ogni attività da lui svolta. Non era ingenuo da non riconoscere le debolezze dei missionari e di tante loro iniziative, ma non perdeva di vista la sostanza vera, che è il tentativo continuo di allargare la conoscenza di Cristo nel tempo e nel mondo. Amava la missione con ottimismo e con misericordia.

Si manifestava così com’era, limpidamente. Non nascondeva le difficoltà che incontrava con la cultura e la lingua giapponese. Chiedeva aiuto ai confratelli, ai sacerdoti e ai laici giapponesi.  Ma non si è mai fatto bloccare dalle difficoltà.

Questa semplicità gli procurò qualche incomprensione, ma soprattutto la stima e la fiducia di tanti confratelli che ricorrevano a lui per la confessione e per avere una parola di conforto. Lui accoglieva, ascoltava, incoraggiava… e non di rado - con grande discrezione - si faceva portavoce di alcune problematiche presso i superiori.

Un lavoro evangelico

Sapeva fin dove poteva arrivare e non si spingeva oltre. Perciò scelse di seguire soprattutto persone malate, anziane o emarginate, recandosi in ospizi e case di accoglienza. Naturalmente faceva catechismo, insegnava preghiere, fino a che qualcuno gli chiedeva anche il battesimo e poi seguiva i battezzati portando loro l’Eucaristia. Questa sua attività suscitò tante discussioni, ma p. Barbini non la smise mai, passando quasi indenne tra le varie opinioni altrui.

Certamente, ogni modo di fare missione, compreso il suo, può essere migliorato. Ma non si può negare che padre Fausto aveva scelto un campo di lavoro difficile e chiaramente evangelico, che merita solo gratitudine e lode per chi ha avuto il  coraggio di compierlo!

Senza far rumore…

È proprio vero che il valore di una persona risalta al momento del distacco. Rivedo padre Fausto mentre prepara la cappella della casa saveriana di Osaka; mentre mette a tavola il pane per i pasti della comunità; mentre esce con la solita borsa piena di riviste per i suoi anziani e malati.

E ancora quando, con la tazza di tè a fianco, vicino al finestrone, legge giornali e riviste giapponesi per tenersi aggiornato… Non dimenticherò la sua esile figura degli ultimi mesi di vita, quando, privo di forza, aiutava altri confratelli malati, spingendo la loro sedia a rotelle!

Lo rivedo mentre prega in chiesa. Padre Barbini era costante, preciso, gioioso nella preghiera. Bisognava, però, conoscere i suoi tempi per vederlo pregare: non faceva rumore, neppure su e giù per le scale con quel suo passo svelto.

Era preparato all’incontro

“Sì, vorrei tanto tornare in Giappone”, mi disse in quell’ultimo colloquio del 4 agosto scorso. Poi si fermò, e concluse: “Ma forse, ora, non mi rimane che la preghiera come mia attività missionaria… perché il Signore è vicino!”. E mi salutò.

Mi viene una grande nostalgia per questo modo di vivere la propria consacrazione a Dio per la missione.



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