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Diceva Munzihirwa: “Per la ricostruzione del Paese sarà necessaria una lunga pace degli spiriti; essa è frutto di dialogo e riconciliazione permanente, richiede un lungo processo di negoziazioni, condotte da uomini coscienti degli interessi comuni. (…) Una nazione è prima di tutto un accordo di ogni giorno di voler vivere insieme, dimenticando le ombre del passato, adoperandosi per evitare la dittatura, sia della maggioranza che della minoranza. (…) La guerra è sempre la demenza di un individuo o di un gruppo che provoca la violenza per arrivare al potere o per rimanervi. (…) Occorre che le armi tacciano; allora chi ha perso la testa potrà avere il tempo di riprendersi e le persone sane percepiranno le loro convinzioni più profonde per il servizio del bene comune, per fare germogliare una nuova democrazia, culturalmente inserita nella nostra realtà dell’Africa centrale. (…) Devono cessare le demagogie nei nostri paesi, i giochi d’influenza internazionali ed emergere dei governi che rispecchino delle scelte il più possibile coscienti e libere, formulate da popolazioni ridivenute serene. (…) La storia ha delle lezioni da darci: in certi momenti il perdono e la riconciliazione sembrano impossibili, ma si giunge sempre a constatare che senza di essi la vita rimane infernale. Che il Signore asciughi le nostre lacrime con il dono della pace”.

Il suo linguaggio non era sicuramente il volere dei politici e dei potenti di quel tempo. Per questo motivo Munzihirwa era diventato un personaggio ingombrante, che richiamava ai doveri della coscienza che in quel momento non si coniugavano con gli interessi pianificati. Facendo poi parte di quell’organizzazione internazionale cosi capillarmente diffusa, che è la chiesa cattolica, bisognava far tacere quella voce al più presto.



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