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I cattolici, e non solo loro, iniziano l’anno accogliendo il messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale della Pace. Il tema scelto per il 2025 è: “Rimetti a noi i nostri debiti: concedici la tua pace”.

Pace è una parola tanto semplice quanto complessa. Oggi, sembra spesso usata in modo riduttivo. Nei notiziari e nelle decisioni politiche, quando si parla di pace in Palestina o in Ucraina, il riferimento è principalmente a ‘cessate il fuoco’ o interruzioni delle ostilità. Ma questa è solo una dimensione della pace, quella che gli studiosi definiscono “pace negativa”, ovvero l’assenza di violenza visibile.
La pace, però, è molto di più. Ce lo ha insegnato papa Giovanni XXIII con la sua straordinaria enciclica Pacem in Terris. La pace non è un semplice obiettivo né il titolo di un trattato; è una condizione di vita fondata su quattro pilastri essenziali: verità, giustizia, amore e libertà. Questi elementi rendono possibile uno spazio in cui ogni persona può vivere pienamente nella propria dignità di figlio di Dio. La pace, quindi, non è una meta finale, ma una precondizione per una vita autentica.

Certo, un cessate il fuoco è urgente e necessario in molti contesti, ma la vera pace si costruisce andando oltre, trasformando le relazioni umane e, di conseguenza, quelle tra gli Stati. Questo processo comincia con ciascuno di noi: nei luoghi in cui viviamo, nelle relazioni quotidiane, nel nostro modo di leggere e abitare il mondo. Se la non-violenza è la base della pace cristiana, il passo successivo è la carità, una carità creativa che si sforza (1Ts 1,3), capace di andare oltre. Una carità che agisce senza aspettare, che diventa il mezzo e la misura per affrontare i conflitti della vita quotidiana. Una carità capace di riconoscere, persino nel volto del “nemico”, un fratello o una sorella.

Questa carità non può limitarsi ai rapporti personali, ma deve illuminare anche le relazioni tra gli Stati e ridefinire i nostri concetti di ricchezza, sviluppo e sicurezza. Sappiamo che molto del disordine presente nel mondo è meno legato alla follia di certi dirigenti e più all’avidità di coloro che detengono il potere economico globale. A volte, proprio coloro che, in pubblico, difendono i diritti umani e la giustizia sociale, in privato sfruttano l’impotenza di altri popoli per profitto, aprendo così strade di ingiustizia, sofferenza e violenza costante.

Quanti popoli sono stati strumentalizzati, quanto odio è stato seminato tra fratelli per alimentare il guadagno di pochi. Portando il tema del perdono al cuore del suo messaggio, papa Francesco sembra voler approfittare di questo anno giubilare per invitare ciascuno di noi al coraggio di ricominciare, rivelando che solo il perdono è capace di trasformare il dolore in speranza.
Sant’Agostino, nel suo 80° Discorso, ci ricorda: “Si dice che siano tempi cattivi, tempi penosi. Ma cerchiamo di vivere bene, e i tempi saranno buoni. I tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi”.

Con queste parole, il santo pone nelle nostre mani la responsabilità del cambiamento. Non aspettiamo che la pace ci venga donata; cominciamo a costruirla, ogni giorno, con gesti concreti e relazioni autentiche.
La pace è un cammino che parte da noi, ma che abbraccia il mondo intero.



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