P. Spagnolo: Una presenza familiare, sobria, gioiosa
Affidandosi alla misericordia onnipotente di Dio
I primi passi del nuovo Istituto delle saveriane, missionarie di Maria sono accompagnati dalla duplice presenza ed ispirazione di p. Giacomo Spagnolo e di m. Celestina Bòttego. Padre e madre sono sempre "davanti ed accanto", come nella vita di ogni famiglia.
P. Giacomo Spagnolo e Celestina Bòttego cominciarono "a guardarsi attorno e a fare progetti concreti". Siamo ormai verso la fine della guerra.
La signorina Celestina diventa la madre Bottego
La prima giovane, Teresa Danieli, sorella di un missionario saveriano, arrivò il 19 luglio 1945. Nel frattempo, anche altre giovani desideravano diventare missionarie.
Quasi subito, le giovani furono accolte in casa Bòttego e il loro affluire ne rese necessari successivi ampliamenti. La signorina Celestina divenne "Madre", di nome e di fatto. Si prese cura della formazione e anche del sostentamento delle giovani, pur continuando nel suo lavoro, per qualche tempo ancora.
Il 2 luglio 1950, lei e le prime tre sorelle fecero la prima professione religiosa. In tale data, la liturgia faceva allora memoria della Visitazione, la visita di Maria ad Elisabetta. Questo incontro tra la madre di Cristo e la madre del Battista divenne motivo ispiratore per l'identità delle saveriane.
La Società missionaria di Maria e i missionari saveriani
Nel 1951, il Capitolo generale dei missionari saveriani riconobbe nell'istituzione, da poco iniziata, il ramo femminile dell'Istituto. "Si vede che mons. Conforti continua a lavorare anche dal paradiso… Voi dovete sentirvi come figlie di mons. Conforti, perché figlie del suo desiderio, del suo pensiero, del suo spirito, delle sue regole e della sua azione", scrive p. Giacomo.
Nel 1954, un primo gruppo di sorelle partì per gli Stati Uniti d'America, per lavorare, insieme alla Madre Bòttego, nelle comunità dei saveriani. Due sorelle, partite nel 1956 sull'Andrea Doria, perirono nel naufragio. L'anno seguente la Madre accompagnò le sue prime figlie in Brasile. Nel 1959 altre sorelle partirono alla volta del Giappone e l'anno dopo altre partirono per il Congo e il Burundi.
Il suo metodo: fermezza e flessibilità
P.Giacomo accompagnò, con amore e con rispetto, la famiglia che andava crescendo. Con le sue meditazioni mattutine, ne orientò la spiritualità verso la contemplazione, come motore e anima della missione. Era deciso nel proporre le grandi idee di orientamento, ma anche capace di ascolto e di confronto con la madre Bòttego e con le stesse giovani missionarie. Le metteva in guardia da ogni fissismo che ne tarpasse le ali.
Non esitava ad intervenire con energia quando vedeva che erano in gioco i principi fondamentali della vita religiosa missionaria, ma era aperto alla pluralità. Diceva: "Nelle cose necessarie, unità! Nelle dubbie, libertà! In tutte, carità!".
Attenzione spirituale, familiarità e gli strumenti del mestiere...
Visitò le comunità nei vari paesi in cui le sorelle saveriane lavoravano. La sua presenza era preziosa per la gioia che portava, l'incoraggiamento, il consiglio. Ma si metteva a fare anche tanti lavori pratici, specialmente riparando e aggiustando con pazienza i vari utensili ed attrezzi di casa, per "essere utile" alle sue figlie.
P. Giacomo sapeva godere delle bellezze della natura e del congegno di una macchina; si appassionava alla fotografia e gustava anche una partita a carte. Con tutti intesseva relazioni positive, affettuose e libere. Amava le famiglie delle missionarie; le visitava spesso; sapeva farsi loro vicino soprattutto quando le missionarie erano lontane. Veniva percepito come una persona di casa, perché subito si immedesimava nelle loro situazioni.
"Ci ha insegnato a vivere e a morire"
La sua serenità nasceva da un profondo affidamento a Dio. Anche di fronte alla malattia al polmone, che manifestò la sua gravità nell'ottobre 1977, egli non perse questa serenità. Non si affannò a scrivere memoriali, consegne, testamenti... Visse con semplicità e fede il suo ultimo tratto di strada e, dopo averci insegnato a vivere, ci insegnò anche a morire.
Così terminava l'ultima lettera alle sue figlie: "La vita di Cristo si manifesti sempre più anche nei nostri esseri mortali. Sono questi i bellissimi ed efficaci auguri che ci facciamo, perché non c'è cosa più grande ed importante per noi che realizzare il nostro fine: essere conformi all'immagine del Figlio di Dio, in terra e nella gloria!".
P. Giacomo morì il 22 marzo 1978. La madre Bòttego, in quei giorni, scrisse: "Per noi è un dolore profondo questo distacco dal nostro padre, ma in fondo io credo che sia un dono del Signore. Adesso il padre ci rivelerà ancora meglio il pensiero di Dio e noi potremo capirlo...".
Poco più di due anni dopo, il 20 agosto 1980, anche madre Bòttego concludeva la sua vita terrena.
L'amore misericordioso è onnipotente
L'amore misericordioso di Dio fu un costante punto di riferimento di p. Giacomo. Già nell'agosto del '44 scriveva a Celestina Bòttego: "Dio è infinitamente misericordioso nell'usare strumenti così poveri e inadatti. Egli, che sa tutto e che conosce meglio di noi la nostra miseria, farà tutto per l'opera che ci ha affidato".
Nel 1953, rifulse nel suo spirito l'idea che la misericordia doveva avere come strumento l'onnipotenza. Fu per lui come una vetta, da cui contemplare l'esistenza del missionario e la stessa storia.
In una lettera scriveva:
"Ora sono tutto preso dal pensiero dell'onnipotenza misericordiosa di Gesù. Egli non solo usa misericordia, ma, essendo onnipotente, fa prodigi per chi ha bisogno di misericordia e sa trasformarci in un vivente "Magnificat" all'onnipotenza misericordiosa di Dio. Non è cosa venuta da noi. Gesù ci ha condotti, passo passo, su per la china di questo monte ed ora, dall'alto, vediamo tutto il panorama".
Maria, nel mistero della Visitazione, col suo canto ci dà l'intonazione per fare della nostra vita un inno di lode alla onnipotenza misericordiosa di Dio.
Donne consacrate all'onnipotenza misericordiosa di Dio
P. Giacomo compone la preghiera di consacrazione all'onnipotenza misericordiosa di Dio, con la quale le saveriane, votandosi per sempre alla vita religiosa missionaria, consegnano sé stesse, per essere strumenti viventi dell'onnipotenza misericordiosa di Dio.
"La nascita di un figlio di Dio - scrive padre Giacomo alcuni anni prima della morte - è miracolo più grande della creazione dell'universo. Essere missionarie significa essere completamente disponibili, con-per-in Cristo, all'azione dell'onnipotenza misericordiosa di Dio per la generazione dei figli di Dio".








