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P. Rossini - Una testimonianza di vita missionaria

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È arrivato tra noi un reduce dalla Sierra Leone

Benvenuto tra noi carissimo p. Pilade Giuseppe Rossini! La nostra Comunità, come quella apostolica, è quasi completa: siamo undici: non proprio giovani ma giovanili sì, impegnati nel ministero, sia in Casa dirigendo gruppi impegnati in attività religiose e missionarie, sia nelle parrocchie dove ci chiamano.

Padre Pilade è nato a Cizzago (Bs) il 4 marzo 1935, quinto di nove fratelli. Padre Boggiani, da oltre cinquant'anni missionario prima in Cina e poi in Indonesia, lo scovò in quella verde e ubertosa campagna bresciana e lo piantò nella vigna del Signore, a Pedrengo, dove la mamma lo affidò ai Saveriani. Iniziò il suo cammino di studente esperimentando l'amarezza delle prime lacrime di distacco dalla famiglia. Unì l'amore per gli studi classici e teologici un gusto particolare per la fisarmonica, memore di quanto scriveva il beato Conforti: "I giovani studenti devono persuadersi che la nostra Congregazione non si limita alla vita contemplativa, che anzi è per sé attiva; perciò è necessaria una cultura svariata e non volgare".

Conforti voleva che i Superiori assecondassero quelle attitudini, di cui ciascuno si mostrasse fornito, e il missionario si arricchisse "di quelle cognizioni come di arti belle, di medicina pratica, di fisica applicata agli usi della vita, di storia naturale, di musica, di maniera che ogni ramo abbia qualche cultore che possa rendersi utile ai bisogni molteplici delle missioni".

Padre Pilade fu ordinato sacerdote nel 1959. Fu Procuratore Generale delle missioni Saveriane e dedicò i suoi anni migliori alla missione della Sierra Leone, dove esperimentò le tristi conseguenze della guerra civile, il terrore dei massacri e le  minacce di morte operate dai militari e dai ribelli. Oggi è qui con noi, ma il pensiero corre tra ricordi del terrore della guerra civile. Spulciamo dal diario personale.

Il diario

13 febbraio. Inizia il saccheggio e la distruzione di Makeni da parte dei ribelli. Oggi p. Luigi di ritorno dall'ospedale è derubato del càmioncino.

14 febbraio. Mohamed, un ragazzo fidato e nostro confinante, ci avverte del pericolo di rimanere in casa. Decido di rifugiarmi a casa sua. Il ragazzo mi offre il suo letto di tavole e lui dorme su una sedia.

15 febbraio. Di buon mattino ritorno a dare un'occhiata alla nostra casa e per ragioni di sicurezza, verso le dieci vado a cercare un rifugio in luogo più sicuro sulla collina. Mohamed, un ragazzo fedele, mi porta del cibo, tanta acqua e tanta frutta. Dal nascondiglio posso vedere la casa. Fattosi buoi, un gruppo di militari e i loro collaboratori entrano nel recinto. Sfondata la porta irrompono all'interno e fanno razzia di tutto. Come amministratore della missione avevo nascosto i soldi dello stipendio dei padri sotto il tetto della casa in due angoli diversi.

Nel pieno della notte odo la voce di un ragazzetto che grida di aver trovato un cartone pieno di soldi. Gli è chiesto se sono dollari. Risponde che non lo sa. Sudo freddo. Gli invasori lasciano la casa verso le tre del mattino, portandosi via il Toyota di p. Nicoliello.

16 febbraio. Verso le 6.30 del mattino arriva nel recinto di casa un camion; riprendono gli spari e le razzie. Sento i padri Calza e Domingo rinfacciare ai soldati che stanno facendo un affronto ai missionari che hanno lavorato per tanti anni aiutando i poveri. Parlare ai drogati in maniera forte è pericoloso. Calza si becca due cazzotti e Domingo viene zittito e se non se ne va in fretta lo minacciano di morte.

17 febbraio. Rintracciamo i padri Rossato e Testa, anche loro nascosti sulla collina. Dopo aver vagato per ore in cerca di un rifugio sicuro, alcune persone che stavano fuggendo, ci avvertono che i militari sanno dove siamo e ci vogliono prendere. Ci separiamo. Con il fratello tedesco andiamo più in alto possibile. Siamo stanchi morti, nel buio e senza fiato. Trovato uno spiazzo, ci fermiamo e tentiamo di dormire. Con noi è rimasto soltanto il ragazzo Alpha.

18 febbraio. Stiamo ancora asciugandoci della rugiada, quando ci raggiungono alcuni fuggitivi con p. Kamara, ci consigliano di radunarci tutti nel Centro Pastorale. Consegno il sacchetto di plastica con i soldi a Fibrilla, perché li nasconda in casa sua sotto il pavimento; ci togliamo gli orologi e ci avviamo a raggiungere il Centro Pastorale. Sono le 12.30.  Siamo sfiniti. Abbiamo chiesto acqua da bere; sulle gambe rimangono i segni di escoriazioni e alcune ferite. Nel Centro siamo 28 stranieri e una cinquantina di africani. Alle sette si celebra la Messa. Siamo vestiti poco liturgicamente: calzoni corti, una stola se c'è, un bel segno comunque per i partecipanti. La chiesa si riempie tutte le mattine.

22 febbraio. Padre Bongiovanni, durante la Messa domenicale, ai fedeli presenti dice: "Carissimi, finora eravate abituati a venire dai padri o dalle suore per chiedere aiuto, ora siamo noi che chiediamo aiuto a voi". La risposta è eccezionale: arrivano riso, cibo già preparato, frutta. I nostri ragazzi amici ci portano continuamente notizie di Makeni: hanno distrutto la Casa Regionale, il seminario maggiore, hanno bruciato il laboratorio per poliomielitici. Il Centro è diventato un ambulatorio militare. A una donna è stata amputata una gamba in cancrena; ma è morta.

2 marzo. Alle 18.30 scorgiamo due giornalisti bianchi attorniati da un gruppo di persone, con una benda bianca sulla fronte. Sono i primi ad arrivare al nostro Centro, avendo viaggiato con i soldati del Fronte di Liberazione. La tensione sparisce, tutti li vogliono incontrare, avere notizie. Siamo liberi; è buio, ma si fa festa fino a tardi.

3 marzo. A piedi vado a vedere la Casa Regionale. Tutto distrutto: porte spacca te, armadi svuotati. Hanno portato via tutto: materassi, lampade, coperte, sedie, specchi; carte e libri gettati sul pavimento. Con un gruppo di ragazzi pulisco la mia stanza, raccolgo le cartelle.

Chi ha il coraggio di riprendere?

Il diario di p. Rossini termina con questa domanda che esprime la delusione di colui che, partito con la speranza di seminare amore e insegnare la fratellanza, vede distrutta ogni opera. Nel giardino giace la cassaforte mitragliata e sventrata. Uno degli autori, rimasto deluso per non aver trovato niente, scrive sul muro, annerito dal fumo: "Tu padre, tu meglio lasciare Sierra Leone, se no noi distruggeremo te". Messaggio firmato "Solid": il Robusto.

I missionari sono ritornati ma hanno dovuto  lasciare quella terra un'altra volta. Sfiduciati? La sfiducia può essere una tentazione: ma essi sono ritornati per la terza volta e aspettano gli atti concreti della vostra solidarietà e vi ringraziano, cari amici lettori.



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