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P. Rigon: una vita in Bangladesh ...fino alla morte

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Pubblichiamo una parte del lungo articolo - intervista che il giovane giornalista musulmano Rafi ha scritto per "Star Insight", un periodico del Bangladesh, e apparso nel numero di gennaio 2009.

Mi sono messo in viaggio da Dhaka a Mongla - 15 ore di pullman - per incontrare un bengalese vero: padre Marino Rigon, un prete cattolico nato in Italia nel 1925. Nel 1953 questa nobile persona era arrivata in Bangladesh come missionario. Quasi immediatamente, egli si è innamorato del nostro paese e vi è rimasto per 55 anni. Si è innamorato anche della nostra lingua e letteratura, fino a tradurre in italiano 45 opere di Tagore e altri capolavori di grandi scrittori bengalesi.

Da molti anni egli risiede nel villaggio di Shelabunia, a Mongla, ai bordi della foresta del Bengala. Si è dedicato al miglioramento della vita della popolazione locale, costruendo scuole e dando speranza. a migliaia di studenti. Prima ancora, nel villaggio di Baniarchor (distretto di Gopalgonj), si era dedicato alle cooperative per la coltivazione del riso e per la pesca, contribuendo a migliorare la situazione economica della gente.

Ha vissuto in Bangladesh anche durante la guerra di liberazione del 1971, soccorrendo i militanti feriti e dando loro rifugio. Il comandante Hemayet Uddin aveva subito gravi ferite per uno sparo in volto. È sopravvissuto, e afferma: "In quel tempo fatale, Dio era in cielo e padre Rigon era in terra; senza il suo aiuto sarei morto. Io credo che padre Rigon sia un grande alleato della nostra liberazione".

Ho avuto il privilegio di incontrarlo personalmente e di avere con lui una conversazione a tu per tu.

Padre Rigon, come è stata la tua fanciullezza?

Sono nato nel 1925 a Villaverla, un paese del nord Italia. Sono cresciuto nel caos della seconda guerra mondiale. Mio padre era agricoltore e mia madre maestra. Siamo sette fratelli e tre sorelle. Non ci mancava niente, ma in paese non c'erano le comodità di oggi e gli inverni erano molto rigidi. Nella stagione invernale la famiglia si riuniva nella stalla e vivevamo accanto alle mucche, quasi anch'esse facessero parte della famiglia: il loro calore ci scaldava. Eravamo una famiglia povera, ma ricca culturalmente. Mio padre amava ascoltare musica e viaggiava molto.

Come hai conosciuto Tagore?

Prima di venire in Bangladesh non avevo letto alcuna opera di Tagore. Imparando il bengalese, ho iniziato anche a leggere. Il primo scritto di Tagore che ho letto in lingua originale è stato "Ke bole shob fele jabi... - Chi dice, tutto lascerai, giacché la morte afferrerà quel che hai preso dalla vita, alla morte tutto devi dare". Le parole di Tagore sono davvero semplici, ma molto significative. I suoi pensieri sono straordinari, brillanti e profondi. Mi hanno molto ispirato. Ho compreso che l'unico modo per carpire veramente la magnificenza degli scritti di Tagore è imparare bene il bengalese e leggere le sue opere.


Cosa pensi del nostro Paese?

Amo questa nazione: è meravigliosa! Amo il Bangladesh più di ogni altro Paese al mondo. Grandi menti, grandi filosofi, grandi leader e visionari sono nati in Bengala. Una civiltà con una forte letteratura e cultura cresce robusta. Il Bangladesh ha questa forza. Ma molto dipende da coloro che sono al potere e guidano le sorti della nazione. Occorrono leader capaci e onesti, che possano condurre la nazione verso la crescita.

Vuoi essere sepolto qui...

Amo troppo il Bangladesh. Questa è la ragione per cui desidero essere sepolto su questo suolo. Nel 2001, all'ospedale Sant'Antonio di Venezia ho subito un intervento al cuore. Prima dell'operazione, ho fatto richiesta che, in caso di morte, il mio corpo fosse rispedito in Bangladesh.

Padre Rigon parla della sua esperienza in Bangladesh come uno che ne è innamorato.

È vissuto qui gran parte della sua vita e desidera rimanervi anche dopo la morte. Molte cose noi diamo per scontate, come essere cittadini del Bangladesh, ma raramente ne siamo fieri. Padre Rigon è un vero bangladeshi. È un esempio di dedizione e un'ispirazione per tutti noi.



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