P. Mario Gallia a S. Cristo, atto 4°
P. Mario Gallia, classe 1957, di Marmentino, è la new entry della comunità saveriana di San Cristo da inizio novembre 2021. L’abbiamo intervistato.
Si chiude un cerchio?
Non sapendo cosa ci riserva il Signore, direi che è un proseguire il cammino.
Cosa ti suscita Brescia?
Ricordi bellissimi. Qui a San Cristo ho frequentato le scuole medie, poi sono tornato nel 1979-80 per il Prefettato (c’erano 50 ragazzi) e ancora dal 1983 al 1990, anno in cui i saveriani hanno deciso di chiudere la scuola (ma i ragazzi già studiavano in seminario). Alla fine del 1990 sono partito per il Messico.
Com’è nata la vocazione saveriana?
P. Ernesto Luviè veniva a Marmentino con la sua tromba. Mi ha chiesto se coltivassi il desiderio di diventare saveriano e io gli ho risposto che avevo una mezza intenzione… Allora, mi ha messo al lavoro. Raccoglievo carta dalle famiglie del paese che poi consegnavo a lui. Riempivamo la sua R4 o il pullmino quando era tanta. Correva l’anno 1968.
Quanto sei stato in Messico?
Dal 1991 al 2014 con un anno di pausa per aggiornamento. Sono stato dodici anni con le popolazioni indigene e dieci anni rettore della Teologia a Città del Messico.
Cosa ti ha lasciato?
Prima di tutto, a voler bene alla gente così com’è e a inserirmi nel cammino compiuto. Sono stato 8 anni a Santa Cruz e 4 ad Acoyotla, nello stato di Hidalgo, diocesi di Huejutla. Ho imparato la lingua nahuatl, anche grazie a p. Giacomo Milani che mi ha aiutato, fino a poter insegnare io stesso la lingua ai docenti delle scuole superiori.
Che attività svolgevi?
Ci spostavamo nei villaggi in auto e spesso a piedi o a cavallo per incontrare la popolazione. Era un’attività di primo annuncio del Vangelo. In particolare, ricordo le visite ai malati. Procuravamo i farmaci per i medici che lavoravano nei villaggi, trasferivamo a Città del Messico i casi più complessi. In più, abbiamo promosso la cultura locale (danze e riti), abbiamo lavorato con i catechisti, abbiamo portato i sacramenti…
È stato un periodo avventuroso…
Sì. Ricordo un giorno quando con una cavalla dovevo guadare un fiume prima che arrivasse la piena. Avevamo 5 minuti di tempo e io non so nuotare. A metà strada, la cavalla si è bloccata. Le ho suggerito qualcosa all’orecchio e si è rimessa in cammino.
E le difficoltà?
Oltre a quelle climatiche (fino a 56 gradi nei mesi estivi), quando conosci meglio certe situazioni puoi anche provare un rifiuto, ma poi ti chiedi “cosa sono venuto a fare?”. Allora, si inizia a camminare pensando di non cambiare il mondo, ma di lasciarsi cambiare dal Buon Dio e dalla gente.
Quanti sono gli indigeni?
Il Messico comprende 64 gruppi etnici. La lingua nahuatl (discendenti degli aztechi) è parlata da 5 milioni di persone. Tenevamo periodicamente incontri d’aggiornamento con il Centro nazionale aiuto missioni indigene (CENAMI) per programmare il lavoro dal nord del Paese fino al Chiapas.
Ci sono stati progressi?
Sia a livello sociale che culturale. Il problema sono i giovani indigeni che vanno in città. Là rischiano di sradicarsi dalla loro cultura (non parlano più la lingua locale, guadagnano soldi che a volte spendono male) e quando tornano spesso non riconoscono più l’autorità del villaggio. Quindi, c’era un lavoro di reinserimento da compiere...
Tradizione e cristianesimo…
Camminavano insieme con rispetto reciproco. Da questo punto di vista, erano importanti le due riunioni annuali che si facevano con le autorità del villaggio per capire le varie problematiche e quali strade percorrere. Facevamo anche incontri settimanali con i catechisti per programmare le attività parrocchiali. Non c’erano problemi nemmeno con il governo centrale o regionale, anzi la collaborazione era importante per il bene della gente.
Poi la Teologia…
Ambiente molto diverso. Eravamo di nove nazionalità differenti. Ci voleva pazienza, capacità di ascolto e riflessione. La formazione ricevuta era la stessa, ma gli studenti dovevano capire come vivere il carisma di Conforti in Messico. La loro era una tappa di formazione e un passaggio fondamentale verso l’appartenenza e la scelta della missione.
Il rientro in Italia è a Salerno…
Sei anni bellissimi. Ho lavorato molto con i laici nelle loro numerose attività, con i senza fissa dimora e nelle parrocchie che chiedevano aiuto. È stato difficile lasciare.
Come ritrovi San Cristo?
Percepisco che c’è da lavorare molto con i parroci e con i volontari che inizio a conoscere. E c’è sempre bisogno di capacità d’ascolto e di apprezzamento delle persone e delle attività esistenti.
P. Mario, fin dall’inizio della pandemia, ogni sera alle 21, organizza in streaming la preghiera del rosario con il gruppo chiamato “Ai piedi della croce dell’Ario”. Il terzo mistero cambia di mese in mese, con un tema diverso.







