P. Garello: Elogio della bicicletta
Un Saveriano dal Bangladesh
P. Silvano Garello, di Cereda (VI): 30 anni in Bangladesh. Autore di diverse pubblicazioni, una appena uscita: "Dietro a Lui correndo zoppicando" ove narra della sua terra bengalese e dei suoi canti in bici.
La mia missione di Noluakuri si trova a nord del Bangladesh, nella diocesi di Mymensingh, un po' scostata dalle grandi vie di comunicazione. Qui si respira in tutto e per tutto aria di villaggio. Le strade di campagna sono percorse a piedi dai contadini che vanno al mercato o dai bambini che vanno a scuola. Appena arrivato nella mia nuova missione, ho trovato una bicicletta. Era li, come un invito ad adeguarmi ai ritmi di vita del villaggio.
Il mio primo giro di conoscenza fatto con la bicicletta al villaggio di Champur mi ha riservato una sudata inaspettata, non per la salita che non esisteva, ma solo perché mi ero inoltrato in una stradina sbagliata. Non avendo l'asciugamano a disposizione, per asciugarmi, feci ricorso ad un'edizione della "Voce dei Berici". Un po' alla volta, presi confidenza con la mappa stradale della mia zona.
Ogni sabato pomeriggio la gente aspettava che attraversassi a piedi, spingendo la mia bici, il mercato di Mullikbari. La strada era così congestionata di venditori e di gente che, per non provocare qualche incidente, dovevo scendere dalla bicicletta. Ma questa risultava una bella occasione per cogliere qualche invito a fermarmi per prendere un te. Una tappa obbligata era presso un dottore indu che esercitava la medicina omeopatica. Un giorno, dopo una caduta dal riksho, feci ricorso alle sue pasticche.
Qualche volta coglievo l'invito presso un ristorantino tenuto da un cristiano mandi. Qui potevo anticipare tutti gli avvisi che avrei comunicato in chiesa, sicuro di trovare delle buone "radio locali" per diffonderli. Talora, quando c'era qualche ponte di bambù da attraversare con il mio zaino appoggiato sul portapacchi, restavo un po' esitante. Era la strategia giusta, perché qualche giovanotto musulmano accorresse per aiutarmi a traghettare bici e bagaglio.
Non sto a raccontare le gioie delle sudate e delle galoppate sotto il sole e la pioggia. Più di una volta le strade si facevano così fangose che dovevo andare a piedi, spingendo la bici e ripulendola, di tanfo in tanto dal fango. Ma anche questo rallentamento mi procurava inaspettati colloqui. In Bangladesh la gente ama parlare e non è mai a corto di domande. Ma, per fortuna, trovano in me un tipo che ha acquisito l'arte della domanda, non solo sulle quisquilie, ma anche sui problemi della vita e sui fatti di cronaca che meritano un commento particolare.
Mi capitava anche di fermarmi in una moschea dove un gruppetto di musulmani commentava il Corano nello stile dei nostri gruppi biblici.
Uno degli aspetti più eccitanti del mio uso della bici cominciò a rivelarsi quando, pensando all'omelia, cercai di concentrare in un ritornello orecchiabile il messaggio da proporre. La reazione favorevole, specialmente dei bambini, mi incoraggiò a scrivere vere e proprie canzoni. Così nacque la canzone della formazione del cuore il canto di Dio Padre di tutti, dei mandi cristiani e tanti altri. Il mio amico dottore indu, si era ormai abituato, durante la mia sosta nella sua farmacia, a vedermi scrivere qualche strofa di un canto e ad anticipargli l'esecuzione.
Ma ormai, lungo la strada, vicino alle scuole, erano i bambini che accorrevano per acclamare un nuovo canto. Non mi sarei mai aspettato che una bici di seconda mano potesse aiutare così tanto anche un missionario di sessant'anni con i capelli bianchi.








