P. Andreolli: Prete, l’uomo di Dio
La Comunità saveriana di Desio si è arricchita da alcuni mesi di un nuovo confratello p. Paolo Andreolli, ordinato sacerdote il 17 settembre scorso. Egli proviene da un piccolo paese della provincia di Vicenza, Cagnano di Poiana Maggiore, ed è uno degli ultimi Saveriani doc, perché ha seguito tutti gli studi nei nostri Istituti iniziando dalla scuola Media. Padre Paolo è a Desio in questo primissimo periodo di sacerdozio, ed ha il compito di trasmettere il suo entusiasmo e la sua sensibilità ai giovani del territorio.
L'impegno è quello di vivere e realizzare con loro "una sorta di laboratorio della fede" per essere le "sentinelle del mattino" in quest'alba del terzo Millennio.
Caro Paolo, anzi "padre Paolo": che effetto ti fa essere chiamato con questo appellativo?
A dire il vero devo ancor a rendermi pienamente conto dell'inestimabile dono di grazia che il 17 settembre ho ricevuto assieme ad altri tre compagni di cammino. Per questo ogni tanto sento il bisogno di fermarmi per pregare e riflettere. Delle tante definizioni di "prete" una mi ha colpito in modo particolare: il sacerdote è "Mtu wa Mungu". Questa parola swahili, la lingua del Congo, significa "uomo di Dio". Giorno per giorno spezzando la Parola e il Pane Eucaristico e visitando alcune famiglie, capisco sempre di più che il sacerdote non è per se stesso, ma per Dio e per gli uomini a cui il Signore lo invia.
Dalle tue parole mi sembra di capire che anche qui in Italia, nella tua Vicenza o a Milano il lavoro non manca. Perché allora partire?
Hai ragione. Non sei il primo che mi invita a rimanere, perché anche qui c'è tanto bisogno di preti giovani, come mi hanno ripetuto al mio paese. Però dentro di me sento la spinta ad annunciare la Buona Novella di Cristo a quanti ancora non l'hanno ricevuta. Nel mondo ci sono milioni di uomini che non sanno di avere Dio come Padre: un Padre che non ha esitato a mandare suo Figlio per rivelare il suo infinito amore per ciascuno di noi e anche per coloro che ancora non lo conoscono.
È vero, sarebbe bello che ci fossero molte altre vocazioni religiose e sacerdotali. Ci sono però segni di speranza. Il 24 settembre al mio paese c'è stata una grandissima festa in occasione della mia prima Messa, e vi hanno partecipato anche molti giovani. Il Vangelo e l'Eucarestia sono una proposta di vita piena ancora oggi.
Il mio parroco, don Amadio, ci ricordava che al mio paese, Cagnano, si è sempre pregato per le vocazioni, ed ora ce ne sono tre: io sono una di queste. Essere "uomini di Dio" è la grazia più grande che uno può ricevere. Il Signore continua a chiamare, e chi lo accoglie è ricambiato con il centuplo. Il Signore è fedele e non tradisce; lo sto sperimentando.
Dalle tue parole sembra che la vita sacerdotale missionari a sia solo rose e fiori. Ma in questi giorni stiamo vivendo in Sierra Leone il rapimento di due Saveriani e l'uccisione di quattro missionari italiani in Africa. Non hai mai avuto ripensamenti sulla tua vocazione? E la tua famiglia non teme pensandoti fra qualche anno in terra di missione?
Durante i 16 anni di cammino presso i Saveriani ho anch'io conosciuto momenti di difficoltà. Ricordo che quando i miei genitori venivano a trovarmi la domenica, al momento di salutarci, mi veniva sempre un nodo alla gola. Tuttavia qualcosa di più forte mi faceva rimanere. Qualcosa o Qualcuno mi dava forza, perché per me nutriva grandi progetti. Solo con il tempo ho compreso che il Signore, quando chiama, ti dà anche la forza per portare avanti la vocazione.
In questo un ruolo importantissimo l'hanno avuto i miei genitori. Essi hanno condiviso con me tutto il cammino ed hanno maturato con me la vocazione missionaria. È un tesoro delicato che va custodito e coltivato. Ho avuto la gioia di avere sempre accanto a me persone che mi hanno sostenuto. Un particolare merita attenzione. Quando ho dovuto decidere se passare o no alle scuole superiori dei Saveriani sentivo dire dai miei genitori: "Noi siamo felici se tu sei felice".
Questo mi dava la forza di seguire quella spinta che dentro di me diceva di continuare per questa strada. Ora che sono arrivato a una tappa così importante del mio cammino, di fronte alla prospettiva non lontana di partire per la missione, i miei genitori mi ripetono spesso che, quando andrò, avrò sempre la loro benedizione e, perché no: quando saranno in pensione mi raggiungeranno.
Essere sacerdoti missionari oggi è un grande dono, per chi è chiamato come per la comunità cristiana che lo invia. Con le parole del beato Conforti sento di poter dire: "Il Signore non poteva essere più buono con me!". Ciao e ... vi aspetto.






