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Il tragico elenco di guerre, conflitti, attentati, violenze, è ogni giorno più lungo: Siria, Libia, Yemen, Turchia, Afghanistan, Iraq, Pakistan, Indonesia, Somalia, Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Corea del Nord, e poi nel cuore dell'Europa e nel fondo del Mediterraneo. La catena intrecciata di guerra che è terrorismo e di terrorismo che è guerra deve essere spezzata.

Non è più sufficiente indignarsi, stigmatizzare; sono fuori tempo massimo gli appelli ai governi, i cortei di protesta, le manifestazioni di condanna, che non hanno mai fermato nessuna guerra.

Dunque, torna l'eterna domanda: che fare?

Non abbiamo altra strada che quella di organizzare la nonviolenza nel nostro Paese come nei luoghi colpiti dalla violenza bellica. La nonviolenza è l'opposizione integrale alla guerra, alla sua preparazione e agli strumenti che la rendono possibile ed è la parallela costruzione delle alternative civili per intervenire nei conflitti.

È fondamentale, dunque, l'impiego delle poche energie che abbiamo per formare gruppi locali di pensiero e azione nonviolenta, che agiscano quotidianamente sul territorio con coerenza, continuità e convinzione nella nonviolenza.

È importante anche sostenere la nonviolenza organizzata: tutti possono versare 1 euro al giorno (o 50 centesimi, 20, 10, 5, 1) per ogni giorno di guerra, come alternativa alle spese per le armi. I fondi raccolti saranno utilizzati per specifiche campagne, iniziative, azioni nonviolente pubbliche. Un euro al giorno toglie la guerra di torno...

Ciascuno può impegnarsi ovunque si trovi (a scuola, all'università, al lavoro, tra gli amici, nei partiti, nei sindacati) per organizzare un gruppo di resistenti alla guerra, per raccogliere fondi, per realizzare un'azione pubblica.

Ognuno di noi può fare la differenza. Non c'è bisogno di azioni “straordinarie” per mettersi in cammino.



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