Ogni corpo è la casa di Dio
LA PAROLA
In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu tra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore». (Lc 1,39-45)
Non avere paura, Maria - le aveva detto l’angelo - perché Dio ti ha colmata della sua benevolenza. Concepirai un figlio, lo darai a luce e gli darai un nome: Gesù”. Un nome di uomo, come di tanti altri bambini di quel tempo. Ma non sarà solo figlio suo. Lo Spirito d’amore la coprirà con la sua ombra e feconderà quel vergine grembo.
Mai un bimbo è nato in tal modo! Che ne sarà di lei, di Giuseppe, dei loro sogni? Com’è possibile l’impossibile? E allora l’angelo va in cerca di nomi che fanno sussultare tutto l’Antico Testamento: sarà Grande, Figlio dell’Altissimo, regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe, santo e Figlio di Dio...
E poi, deve arrendersi e frugare nella storia di quella giovane donna per trovarvi di nuovo quel segno che l’aveva spinto fino a Nazaret: Elisabetta è al sesto mese di una gravidanza inimmaginabile. Sei mesi, tempo dell’imperfetto, del mancante, dell’improbabilità di sopravvivere se quel figlio fosse venuto alla luce.
Un segno fragilissimo, nascosto in un ventre che tutti dicevano sterile.
Solo allora Maria dice “sì” a questo impossibile, divenuto palpabile nella forza della Parola del Signore. E questa Parola comincia, in modo improvviso e impercettibile, a farsi carne dentro di lei, e lei ne sarà serva per sempre.
Ma ecco che si alza senz’indugio e, in fretta, si mette in viaggio verso le montagne di Giuda. Anche lei ha bisogno di raccontarsi e di raccontare, di confidare a un’altra donna in attesa la sua attesa, di lanciarsi a braccia aperte in un altro abbraccio, “inizio di un cerchio, che un amore più vasto compirà” (Margherita Guidacci). Due donne incinte: un incontro, un saluto, un figlio che sussulta di gioia nel grembo.
Non posso dimenticare il sussurro di Sandra, qualche mese fa, quando mi ha confidado, stringendomi al petto, che aspettava un bimbo, dopo tanti anni di tentativi andati a vuoto: “Mio marito non lo sa ancora...”. Fremeva di gioia, timore, speranza. Spuntò anche una timida lacrima. Non si può essere felici da soli.
Quanto bisogno ha la terra di liturgie di tenerezza celebrate sulla soglia delle case!
Questa nostra povera terra, dove ogni giorno il corpo di troppe donne è straziato e usurpato senza pietà, ha sete di incontri come questi. Elisabetta grida a gran voce, ripiena dello Spirito come gli antichi profeti, che Maria è benedetta, e benedetto è quell’invisibile embrione che sta germogliando nel suo seno. È la prima Pentecoste del Vangelo. E Maria aveva bisogno che Elisabetta comprendesse e annunciasse a tutti il senso di quel miracolo. Dio abita lì. Il Cielo nel ventre di due donne.
Perché ogni creatura, ogni corpo, è la casa di Dio, di una bellezza e dignità oltre ogni limite. Se così non fosse, tutto, purtroppo, sarebbe permesso.







