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Renato racconta la missione in Ciad

Renato Tosatto è stato recentemente in Italia , per partecipare ad un corso di aggiornamento nella nostra casa di Tavernerio, Como. Abbiamo approfittato per porgergli alcune domande ed avere la sua testimonianza di vita missionaria.

Cosa ricordi più volentieri della missione nel Ciad?

Sono arrivato in Ciad nell'autunno del 1996. Il primo impatto è stato con la povertà della gente, la diversità del clima e dell'ambiente. La gente del Ciad sopravvive coltivando la terra ancora a mano e quindi la produzione è limitata. Non ci sono industrie, né strade asfaltate, né energia elettrica, né telefono.

Nonostante questo, mi sono sentito subito a mio agio, perché la gente è molto accogliente e generosa ed è pronta a condividere anche il poco che ha. Inoltre, ci insegnano la loro lingua e la loro cultura, cose indispensabili per poter vivere e comunicare con loro.

Tu non sei sacerdote. Raccontaci qualche tua esperienza.

Il mio essere missionario fratello - cioè, non ordinato prete - non è stata una difficoltà nel contatto con la gente. Anzi, la diversità è stata per me un arricchimento. Ho condiviso con i confratelli sacerdoti la vita ed il lavoro su un piano di parità, lavorando in équipe. Insieme abbiamo visitato i villaggi; insieme abbiamo formato i catechisti e i responsabili di comunità; abbiamo svolto attività di animazione tra i giovani catecumeni e cristiani; abbiamo formato gruppi di riflessione che, partendo dal vangelo, cercano di migliorare la vita.

Oltre a tutto questo, io personalmente mi occupo anche di piccoli progetti di sviluppo sostenibile, cioè di progetti gestiti e portati avanti dalla gente stessa. Grazie ad un costante lavoro di animazione e di coscientizzazione, si stanno scavando pozzi e costruendo piccoli magazzini dove vengono conservati i prodotti alimentari per i periodi di scarsità, che regolarmente affliggono le popolazioni del Ciad.

Ho potuto così entrare in contatto con tante famiglie e conoscere a fondo la loro realtà quotidiana. Ho potuto avvicinare sia i   cristiani sia i non cristiani, che sono la maggioranza. Solo il due per cento della popolazione, infatti, è cristiana.

Devo confessare che sono stato adottato dalla mia gente, i Mussey. Essi sono diventati la mia seconda famiglia.

La bellezza del rapporto umano

I nostri cristiani ci insegnano a tradurre il vangelo in scelte ed atti concreti. È significativo, ad esempio, che i proverbi tradizionali della nostra gente siano stati integrati dalla Parola di Gesù. Poi c'è l'esempio del loro grande impegno. Sono loro i primi e veri missionari: portano l'annuncio ai loro fratelli e ci chiamano a visitare nuovi villaggi, che prima non conoscevamo.

Inoltre le comunità sono praticamente in mano a loro. Sono loro ad occuparsi dei funerali, della preparazione al matrimonio, della liturgia della Parola, della visita ed aiuto ai malati, eccetera.

Noi ci limitiamo alla formazione ed all'organizzazione, anche perché non riusciamo ad arrivare dappertutto: siamo solo tre missionari per 64 villaggi!

Cosa ti è rimasto impresso?

Vorrei raccontarvi dell'amicizia che si è instaurata con una giovane famiglia. Da noi, in Ciad, il sole tramonta alle sei e si va a letto verso le nove di sera. Una notte, erano le 21,30, mi stavo ormai addormentando, quando un ragazzo è venuto a battere alla porta dicendo che il mio amico e vicino di casa voleva che andassi da lui. Mi sono alzato controvoglia. Ma sono andato e mi sono trovato a partecipare ad un consiglio di famiglia: gli anziani si erano riuniti per consigliare il mio vicino circa i problemi che aveva con la moglie.

Essendo il più giovane, io ho ascoltato i vari interventi senza intromettermi. Alla fine, rimasto solo con il mio amico, ho chiesto perché mi avesse convocato. La risposta mi ha sbalordito. Mi ha spiegato che i suoi fratelli maggiori erano lontani, e che perciò lui considerava me come suo fratello maggiore; come tale, aspettava da me una conclusione su quanto ascoltato.

Questa, penso, sia la più bella esperienza che mi sia capitata finora: la scoperta della ricchezza dei rapporti umani di cui è capace la mia gente.



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