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Tema del "Paginone" di questo numero: "Lebbra? Aiutare, capire, ascoltare" - Un cammino difficile, ma non impossibile

Il Tesoro che vi lascio è il bene che io non ho fatto, che avrei voluto fare e che voi farete dopo di me. Possa solo questa testimonianza aiutarvi ad amare. Questa è l’ultima ambizione della mia vita e l’oggetto di questo "testamento". Proclamo erede universale tutta la gioventù del mondo".

Anni fa Raoul Follereau scrisse queste parole e l’eredità che egli ci ha lasciato si fa anno dopo anno, giorno dopo giorno, sempre più impegnativa. In questi ultimi decenni l’uomo è cresciuto. È cresciuto il male. È cresciuto il dolore. È cresciuto il divario tra poveri e ricchi: questi sempre meno numerosi e più potenti; quelli sempre di più e più poveri. Sì, il dolore è cresciuto ed è cresciuto il grido di dolore dei malati di lebbra, ancora numerosi nel mondo. Ma è ancora cresciuta la speranza che si risvegli l’amore e che finalmente l’umanità si possa salvare tutta insieme.

La lebbra ha sempre colpito la sensibilità dell’uomo; ma in modo speciale impressiona la nostra società che sembra avere il culto del body-building, del salutismo. Distruggere questo nuovo idolo ci fa comprendere come la malattia di Hansen sia, ora più che mai, una specie di maledizione. Cristo ha infranto questo tabù, ha spezzato queste catene, non tanto con delle maledizioni astratte, quanto avvicinandosi ai lebbrosi, parlando loro come a degli essere umani normali, toccandoli, guarendoli. Alcuni dei suoi seguaci andranno più in là, come s.Francesco d’Assisi: abbracceranno il lebbroso, riconoscendo in lui il loro Maestro.

Oggi anche noi, da cristiani che vogliono seguire l’esempio del loro Maestro, sentiamo il desiderio di abbracciare questi nostri fratelli e sorelle crocifissi nella carne.

Nonostante i grandi risultati raggiunti nella lotta alla lebbra, non intendiamo abbassare la guardia. Dobbiamo incentivare nel mondo, specie nei Paesi più colpiti dal morbo di Hansen, la formazione di nuovo personale in grado di riconoscere la malattia quando è ancora allo stato iniziale. Occorre mantenere vivo l’interesse dell’opinione pubblica ricordando che la lebbra non è solo un problema sanitario, bensì di giustizia, un problema sociale. La lebbra prospera dove la gente è talmente povera da non potersi permettere il sapone per lavarsi, un vestito pulito, un’alimentazione equilibrata, condizioni igieniche indispensabili alla prevenzione.

Se poi lo sguardo si posa sulle persone disabili che si trascineranno per anni lo stigma legato alla malattia, con i suoi effetti devastanti, sulla vita sociale, familiare ed occupazionale, non può non emergere l’importanza di un intervento riabilitativo. La comunità in cui un lebbroso vive (in tutti i suoi aspetti: educativo, religioso, occupazionale, familiare, ricreativo, luogo privilegiato di una rete di solidarietà umana, che rende la vita degna di essere vissuta) non potrà svolgere il suo compito senzal’impegno finanziariodelle istituzioni e di coloro che vogliono offrire un aiuto concreto. Non bisogna dimenticare che le comunità umane più colpite dall’hansenriasi sono quelle più povere.

Il dottor Enrico Nunzi, 60 anni, docente universitario di dermatologia e direttore del Centro di riferimento nazionale del morbo di Hansen presso l’ospedale s.Martino di Genova, sprizza entusiasmo ed energia da tutti i pori. "Lo scriva – afferma –: il Centro che dirigo non è più un lebbrosario".

Si capisce che in cima alle sue preoccupazioni ci sono i malati, e si scusa ogni tre minuti per le continue interruzioni del telefono. L’unico "contagio" che a tutt’oggi ha colpito il professor Nunzi è stato il messaggio di Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi, che conobbe nel 1963, e del quale conserva il busto che ti accoglie nell’atrio del Centro di Genova. Pochi anni dopo l’incontro che cambiò la sua vita, il professore andò a curare i lebbrosi in Cameroun e in Congo. Rientrato in Italia, tornò ad occuparsi di quelli che, con un’eufemizzazione scientifica, sono chiamati gli hanseniani. Appena si mette a spiegare la situazione italiana, snocciolando le cifre, Nunzi non riesce a trattenere la sua vis polemica che sgorga direttamente dal cuore ed è dettata dal desiderio di migliorare le cose. "Dal ’90 ad oggi – spiega – qui al s.Martino abbiamo registrato oltre un centinaio di nuovi casi di lebbra. Attualmente ne abbiamo in cura più di cento: una sessantina italiani e gli altri stranieri".

C’è stato un tempo in cui la Giornata Mondiale a favore dei malati di lebbra aveva una maggiore risonanza nelle nostre comunità. Era vissuta come un po’ della nostra vita data a chi chiede la vita. Poi, forse, l’emergere delle tante "altre lebbre", della fame, della sete, dei profughi, dei senza tetto, ha dilatato lo sguardo e affievolito l’interesse per gli hanseniani. O forse è stata la crescita dell’egoismo della società dei consumi a porre in secondo piano il problema della lebbra nel mondo. È urgente e necessario, allora, che nelle nostre comunità cristiane e in tutti gli uomini di buona volontà torni la passione per chi soffre, a partire dai più emarginati, dai malati di lebbra. Sono ancora milioni nel mondo che attendono non tutto il benessere che ci soffoca, ma un pezzo di pane fresco della nostra tavola, per vivere, per poter essere ancora uomini veri.

I sentieri sono difficili, ma non impossibili. Cerchiamoli, percorriamoli insieme.



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